Un farmaco con nuovo meccanismo d’azione potrebbe essere a breve disponibile per il trattamento dei pazienti affetti da osteoporosi. Parliamo di romosozumab, un anticorpo antisclerostina che ha superato la fase III di studio dimostrando una riduzione del rischio di frattura nei soggetti osteoporotici.

La sclerostina è un inibitore del sistema wnt che regola il metabolismo osseo.

Il razionale nell’uso di questo farmaco deriva dall’osservazione che la sclerostina determina un’inibizione della neoformazione ossea. Lo sviluppo di anticorpi monoclonali che bloccano la sclerostina ha aperto la strada ad una nuova classe di farmaci che stimolano la neoformazione come romosozumab.

I dati di efficacia si evincono principalmente da due studi: nel primo studio la molecola è stata confrontata con placebo, nel secondo con il farmaco attualmente di riferimento nell’osteoporosi che è l’alendronato.

Il farmaco andrà somministrato al dosaggio di 210 mg/mese. Attualmente gli studi hanno utilizzato il farmaco per un periodo di 12 mesi dopo i quali sarà necessario avviare terapia con anti-riassorbitivi

L’andamento dei marcatori di turnover osseo ha confermato il meccanismo d’azione differente ed innovativo rispetto a teriparatide (stimolatore della neoformazione) e alendronato (inibitore del riassorbimento) con cui è stato confrontato.

Dal punto di vista densitometrico Romosozumab ha dimostrato di aumentare significativamente la bone mineral density a livello vertebrale e femorale rispetto sia a placebo che ad alendronato.

Il dato sulle fratture è sicuramente il punto di forza della molecola.

Nello studio di Cosman è stata osservata una riduzione significativa del rischio di fratture vertebrali (-73%) ad un anno rispetto a placebo.

Nello studio di Saag il farmaco è stato confrontato con alendronato dimostrando una riduzione del rischio di nuove fratture vertebrali (-37% a 12 mesi) statisticamente superiore anche ad un farmaco con comprovata efficacia nella riduzione del rischio di frattura.

Già dagli studi di dose finding è emerso come la sospensione della terapia con anticorpi antisclerostina determini una rapida perdita di massa ossea.

Alla luce di questi dati in entrambi gli studi sopradescritti, dopo la fase iniziale di trattamento con romosozumab, i pazienti sono stati avviati rispettivamente a terapia con denosumab (1 fl sc/6 mesi) e alendronato (70 mg/settimana).

L’analisi dei dati a 24 mesi ha permesso di osservare come i pazienti precedentemente trattati con romosozumab mostrassero al secondo anno non solo una riduzione ulteriore delle fratture vertebrali ma anche una riduzione delle fratture non vertebrali.

Il profilo di safety è rassicurante. In particolare per lo specifico meccanismo d’azione della molecola è stata posta particolare attenzione allo sviluppo o progressione di iperostosi, artrosi e neoplasie. Non sono state osservate differenze tra i pazienti trattati con romosozumab e con il comparator.

Tuttavia nello studio di confronto con alendronato sono stati osservati un numero maggiore di eventi cardiovascolari nei soggetti trattati con romosozumab (50/2040 pazienti pari a 2.5%) rispetto a quelli trattati con alendronato (38/2014 pazienti pari a 1.9%). Nel dettaglio il rischio di eventi ischemici è risultato maggiore nei soggetti trattati con anticorpi antisclerostina (0.8% versus 0.3% con un odd ratio di 2.65 [CI 95% 1.03-6.77])

Questo riscontro merita qualche riflessione. in primis non è noto se nelle due popolazioni vi fosse un profilo di rischio cardiovascolare basale differente che potrebbe essere responsabile di questa differenza. Inoltre il dato non è stato riscontrato in nessuno degli altri studi finora eseguiti: questo ridurrebbe la possibilità di un effetto diretto della molecola anche se è possibile che questo dato sia dovuto ad un effetto protettivo dell’alendronato.

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