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Osteogenesi Imperfetta
 
 
Osteoporosis (Volume 2)
   
 
 
     
 

Osteogenesi Imperfetta e altri difetti dello sviluppo osseo come cause occasionali di osteoporosi dell'adulto
Estratto da Osteoporosis second edition
volume 2, capitolo 50.

I. Focalizzazione del problema
II. Osteogenesi imperfecta come causa di osteoporosi dell’adulto
III. Istologia dell’osso in corso di osteogenesi imperfecta
IV. L’osteoporosi nelle malattie ereditarie del tessuto connettivo
V. L’osteoporosi nelle malattie ematologiche ereditarie
VI. L’osteoporosi nelle patologie epatiche ereditarie

Osteoporosis
I. Focalizzazione del problema
 
Negli ultimi anni, sia negli uomini sia nelle donne, si è assistitoa un progressivo aumento dell’incidenza dell’osteoporosi(1); benché sia ritenuta principalmente una problematicadelle donne nel periodo post-menopausale e degli anziani, l’interesse nella prevenzione dell’osteoporosi si è focalizzato sul suo precoce riconoscimento nei soggetti più giovanie nei maschi (2). Tutto questo è facilitato dalla diffusione delle metodiche di misurazione della densità ossea e dai più recenti marcatori biochimici di turnover scheletrico che, insieme,sono in grado di fornire ai medici una valida stima della funzionalità ossea. Entrambe le metodiche permettono, oltre a una diagnosi precoce, anche una migliore valutazione dei risultati delle terapie effettuate. Negli ultimi anni, visto il maggior riscontro di osteoporosi nei giovani adulti, sia uomini sia donne, i medici si sono trovati ad affrontare una diagnosi differenziale che può spaziare da disordini ereditari, come un’Osteogenesi Imperfecta lieve, sino a disturbi endocrini, astrointestinali e renali acquisiti, come l’iperparatiroidismo, il malassorbimento occulto e l’ipercalciuria idiopatica; nei giovani adulti un’ulteriore possibilità di cui tenere conto è l’osteopororosi associata a neoplasie. Comunque, il clinico si può trovare in difficoltà diagnostiche e terapeutiche quando, in un giovane maschio o in una donna in premenopausa, queste condizioni sono escluse e viene pertanto formulata la diagnosi di osteoporosi idiopatica primaria.
La valutazione dell’eziologia dell’osteoporosi negli adulti con un’età compresa tra la pubertà e i 50 anni, si basa su 2 concetti principali: 1) l’assetto genetico degli individui e
2) il ruolo dei disordini ereditari nella sintesi del tessuto connettivo, che portano a una diminuzione della massa ossea (3); entrambi i fattori possono impedire il aggiungimento di un adeguato picco di massa ossea e facilitare lo sviluppo dell’osteoporosi nelle fasi
 
successive della vita. Recenti scoperte
nel campo della biologia molecolare dei tessuti connettivi, in particolare il riscontro di utazioni riguardanti la sintesi del collagene di tipo I, II e III, hanno ampliato le ricerche su eventuali alterazioni a carico di componenti della matrice ossea differenti dal collagene; in ogni caso l’osteoporosi legata a disordini ereditari può essere presente in ogni età. Questo
capitolo tratta la diagnosi differenziale dell’osteoporosi negli adulti, in particolare nei casi in cui vi siano manifestazioni cliniche suggerenti la presenza di Osteogenesi Imperfecta, osteoporosi idiopatica o altri disturbi genetici con caratteristiche simili a quelle presentate da queste 2 sindromi (Tab. 1). Qualora possibile, vengono inoltre discussi l’eziologia dei disordini, eventuali differenze cliniche di presentazione tra le sindromi e l’approccio terapeutico.
     
  Tabella 1 Osteoporosi dell’adulto:
    difetti ereditari dello sviluppo osseo
  Malattie ereditarie del tessuto connettivo
    Osteogenesi imperfecta
Omocistinuria
Sindrome di Marfan
Sindrome di Ehlers-Danlos
Sindromi da carenza di rame
Osteoporosi idiopatica giovanile
Osteoporosi idiopatica dei giovani adulti (?)
  Patologie ematologiche
    Sindromi talassemiche (talassemia minor)
Anemia a cellule falciformi
Anemia perniciosa (deficit di cobalamina)
  Disordini gastrointestinali
    Emocromatosi
È importante sottolineare come nella pratica clinica sia frequente il riscontro di giovani adulti con osteopenia e come non sempre sia agevole la diagnosi differenziale. In questo capitolo verranno focalizzati i problemi attuali in un campo in cui i progressi tecnologici hanno permesso di accelerare le scoperte scientifiche.
   
II. Osteogenesi imperfecta come causa di osteoporosi dell’adulto
   
  A. Introduzione
  L’Osteogenesi Imperfecta (OI), o sindrome dell’osso fragile, è stata inizialmente annoverata da Victor McKusick nel 1972 tra le malattie ereditarie del tessuto connettivo (4). Gli sforzi di molteplici ricercatori e l’applicazione delle più recenti
metodiche di ricerca hanno evidenziato il ruolo centrale delle mutazioni dei geni del collagene di tipo I (COLIA1 e COLIA2) nella genesi di questa sindrome (5). Le maggiori
conoscenze delle sue basi genetiche e l’aumento delle possibilità di diagnosi, anche in casi precedentemente insospettabili, hanno portato l’OI dallo stato di malattia genetica “rara” a quello di uno dei disturbi genetici rilevabili con maggior frequenza nella popolazione generale. Anche se le forme più gravi sono clinicamente evidenti sin dalla nascita o nelle prime fasi dello sviluppo, forme lievi di OI possono non essere sospettate sino a età avanzata, quando il riscontro di osteopenia ne può smascherare la presenza.
   
  B. Definizione
  L’OI è una malattia ereditaria caratterizzata da fragilità ossea (fragilitas ossium) e fratture ricorrenti che, in molti casi, conducono a deformità scheletriche. È una patologia eterogenea in termini sia di ereditarietà sia di espressività fenotipica (6). Dal punto di vista clinico si possono rilevare bassa statura, sclere blu, dentinogenesi imperfecta, perdita di udito nell’età adulta, scoliosi e lassità legamentosa. Nei casi più lievi le deformità scheletriche non sono costanti, a dispetto delle fratture multiple, e l’altezza dei pazienti può essere quasi normale. I soggetti con le forme di malattia più grave presentano fratture multiple sin dalla nascita e sviluppano precocemente deformazioni scheletriche.
   
  C. Classificazione clinica dell’Osteogenesi Imperfecta
  La classificazione dell’OI attualmente in uso è quella stilata da Sillence e collaboratori nel 1979, successivamente modificata nel 1986 al settimo Congresso Internazionale di Genetica Umana di Berlino (Tab. 2) (7). Le caratteristiche peculiari di questa classificazione includono le sclere blu, il tipo di ereditarietà (dominante, recessiva, sporadica/nuova mutazione) e la gravità della malattia, come valutabile dall’incidenza
delle fratture e dal grado di deformità ossea. I soggetti senza dentinogenesi imperfecta in ogni categoria clinica sono definiti come gruppo “A”. Il gruppo “B” comprende
i soggetti con dentinogenesi imperfecta. Comunque, in più del 25% dei soggetti con OI è difficile arrivare a una classificazione precisa, dato che una sovrapposizione fenotipica e
il colore delle sclere dei pazienti complica le stime della gravità clinica. Per illustrare questo problema: l’OI di tipo I (lieve) è associata alle sclere blu; il loro colore negli adulti con malattia grave (tipo III) solitamente è bianco, ma può occasionalmente
essere blu nei bambini e in alcuni individui adulti.
L’OI di tipo IV è definita sulla base delle sclere, che sono blu nei più giovani e bianche negli adulti (6); comunque alcuni adulti con OI di tipo IV (moderatamente grave) possono presentare le sclere blu. D’altra parte alcuni pazienti riferiscono
una variazione giornaliera del colore delle sclere.
Un’altro problema classificativo deriva dal fatto che alcuni bambini con un’apparente malattia di tipo II (letale), possono sopravvivere e passare quindi al tipo III (malattia grave progressiva). Per questo motivo gli autori raccomandano di non assegnare precocemente i pazienti a una precisa categoria clinica, dato che il valore prognostico a lungo termine è limitato, in particolare per quanto riguarda l’incidenza delle
fratture, il livello di disabilità e la futura realizzazione sociale del paziente.
La definizione clinica di OI è inoltre complicata dal fatto che non vi sono, al momento, correlazioni tra i fenotipi clinici e specifiche mutazioni del collagene di tipo I. Sembra,
comunque, che le mutazioni localizzate nella parte N-terminale dell’elica del collagene siano associate a fenotipi meno gravi, mentre quelle della parte C-terminale (da cui ha origine la sintesi intracellulare del collagene) sarebbero associate a forme di malattia più gravi.
   
 
TABELLA 2 Classificazione clinica dell’Osteogenesi Imperfecta
Tipo Manifestazioni cliniche Ereditarietà
I. Lieve   Fragilità ossea  
  IA Bassa statura
Sclere blu
Autosomica dominante (eterogenea)
    Denti normali
Perdita presenile dell’udito
 
       
  IB Le precedenti più dentinogenesi imperfecta  
       
II. Letale   Malformazioni perinatali gravi Autosomica dominante
    Fratture intrauterine
Morte neonatale
Mosaicismo gonadico/somatico
       
  IIA Estesi cedimenti ossei
Coste a rosario
 
       
  IIB Cedimenti ossei
Aspetto a rosario assente o limitato
 
       
  IIC Ossa degli arti brevi
Coste sottili non a rosario
       
III. Grave, progressiva Fragilità ossea grave
Lunghezza degli arti nettamente diminuita
Autosomica dominante o recessiva
    Scoliosi grave
Ritardo di crescita
Fratture neonatali
Deformità gravi
Sclere bianche
Dentinogenesi imperfecta
 
       
IV. Moderatamente grave    
  IVA Scoliosi Autosomica dominante
    Sclere blu da giovani
Sclere bianche da adulti
Deformità scheletriche moderate
Denti normali
 
       
  IVB Le precedenti più dentinogenesi imperfecta
   
  D. Prevalenza dell’Osteogenesi Imperfecta
  Tenendo conto che in molti soggetti con malattia lieve la diagnosi non viene posta, si stima che attualmente negli Stati Uniti d’America vi siano 50.000 individui affetti da
OI. La forma lieve di tipo I è presente nel 60% circa dei pazienti, mentre la forma letale/grave si verifica in circa 3-4 casi/100.000 nascite. Le forme meno gravi non sembrano superare i 4-5 casi ogni 100.000 nati (8,9). Le stime basate sulla presenza di fratture alla nascita variano da 1,6/100.000 in Singapore (10), 3,3/100.000 in Francia (11) e 15/100.000 nel Regno Unito (12). La presenza di OI è inoltre sottostimata a causa dei possibili aborti nei casi gravi di tipo III, in cui pertanto la diagnosi alla nascita non è possibile. I casi lievi possono poi essere diagnosticati anche in età avanzata.
L’incidenza delle forme sporadiche, in contrasto con quelle familiari, è compresa tra il 19 e il 34% (13,14). I mosaicismi familiari, somatici o gonadici, ostacolano la comprensione
delle modalità di trasmissione della malattia (14a).
In alcuni individui, in assenza di misure della densità ossea documentanti l’osteopenia, le sclere blu possono essere i soli chiari segni della presenza della malattia; le fratture possono essere rare o non verificarsi affatto. Un altro possibile fattore di confondimento è la presenza di sclere blu anche in molti altri disturbi ereditari del tessuto connettivo (per esempio in corso di sindrome di Ehlers-Danlos), così come in individui
apparentemente normali (4). L’OI è presente in tutto il mondo, senza alcuna prevalenza di razza o genere.
   
  E. Mutazioni del collagene di tipo I nell’Osteogenesi Imperfecta
 
1. COLLAGENE
 
Il collagene di tipo I è la principale proteina strutturale dell’osso, della pelle, dei tendini, dei legamenti e della dentina.
Nell’ultima decade sono stati fatti notevoli progressi nella determinazione delle mutazioni coinvolgenti i 2 geni (COLIA1 e COLIA2) codificanti il procollagene di tipo I nei soggetti
con OI. I polimorfismi identificati nella regione dei geni promotori per il collagene di tipo I sono stati recentemente associati alla presenza di osteoporosi idiopatica e post-menopausale negli adulti (15).
I progressi in questo campo sono stati riassunti in numerose recenti review, che permettono anche di gettare uno sguardo generale sulla biologia molecolare
dei geni del collagene e sulle sue applicazioni nell’OI e nelle altre anomalie ereditarie del tessuto connettivo (16,17).
L’analisi delle mutazioni è attualmente effettuata con gel elettroforesi e successiva identificazione dei segmenti genici isolati. La sequenza dei geni pro-a1(I) e pro-a2(I) è attualmente impiegata nelle analisi di mutazione.
Attualmente sono state identificate oltre 200 mutazioni del collagene di tipo I, utilizzando colture di fibroblasti e osteoblasti di pazienti con OI. Queste mutazioni sono state rilevate nel 90% dei casi sinora studiati, mentre in numerosi reports, anche dopo approfondite analisi, non è stata identificata alcuna mutazione dei geni del collagene (19). Di conseguenza, appare possibile l’esistenza di difetti della sintesi di altre componenti della matrice, responsabili del fenotipo dell’OI.
I collageni sono una famiglia di proteine con alcune omologie strutturali, che però differiscono per i tipi di funzione svolti nei vari tessuti. Sono stati identificati 90 tipi di collagene, contenenti almeno una tripla elica e coinvolgenti 28 geni differenti (20,21). Attualmente sono divisi in numerosi gruppi: i collageni di classe I (tipi I, II, III, V, XI) possono contenere 2 o 3 tipi di collageno in ogni fibrilla. I collageni di classe II comprendono il collagene di tipo IX e XII, che aderisce sulla superficie dei collageni di classe I. I collageni di classe III comprendono molecole che formano sistemi indipendenti di fibre, come le membrane basali (tipo IV) i filamenti a rosario (tipo VI), le fibrille di ancoraggio (tipo VII) così come il collagene di tipo X, che forma una rete attorno ai condrociti ipertrofici della cartilagine. I collageni di classe IV contengono
numerose proteine con fibre di forma sconosciuta e con funzioni indefinite. I “FACIT”, o collageni fibrilla-associati con triple eliche interrotte, comprendono i tipi IX, XII, XIV e XIX; tutti questi collageni hanno corte regioni a tripla elica interrotte da brevi tratti non collagenosici.
Il range della specificità di funzione del collagene è esemplificato dai grossi polimeri di collagene di tipo I a tripla elica, che danno forza ed elasticità alla matrice ossea e tendinea, dalle brevi fibrille di collagene di tipo VII, che formano l’ancoraggio delle membrane epiteliali al derma, e dai collageni di tipo IV e VII, che formano le membrane basali e la membrana di Decemet (22). È stato recentemente evidenziato che, oltre ai collageni di tipo IX e XII, anche i tipi III e V sono associati al collagene di superficie di tipo I e che il tipo XI è associato al collagene di tipo II (23,24). Indicativo della complessità della matrice collagenosica è la decorina, un piccolo proteoglicano ubiquitario associato alla superficie delle piccole fibre di collagene di tipo I, II e VI (25,26); la decorina può essere coinvolta nell’inibizione della proliferazione
cellulare, mediante la sua capacità di legame con il transforming growth factor ß (TGF-ß) (25). Il collagene di tipo I è un eterotrimero composto da 3 catene polipeptidiche denominate alfa catene [a(I)]. Due catene pro-a1(I) e una catena pro-a2(I) si intrecciano in una configurazione a tripla elica di circa 1000 aminoacidi. L’assemblaggio delle catene a del procollagene avviene nel reticolo endoplasmatico rugoso, dalla porzione carbossi-terminale a quella aminoterminale.
I peptidi N- e C-terminali mantengono la solubilità della molecola di procollagene durante questo processo. L’unità di base della catena di collagene (I) è la tripletta (gly-x-y), dove circa il 20% dei residui di x sono costituiti da prolina e le proline in posizione y vengono idrossilate a idrossiprolina.
I residui di glicina, data la loro piccola dimensione e la loro struttura ripetitiva, facilitano la formazione della configurazione a elica. La biosintesi del collagene coinvolge una
serie di complesse modificazioni post-trascrizionali (28) (Fig. 1). L’idrossilazione dei residui di prolina stabilizza la configurazione a tripla elica mentre la formazione di gruppi di lisina-aldeide (mediata dalla lisil-ossidasi) facilita la formazione di cross-link intramolecolari. La proteina chaperone HSP47 interagisce con le triplette gly-x-y nella regione a tripla elica e stabilizza la molecola di procollagene nel reticolo endoplasmatico
(29). La formazione intracellulare del procollagene e la sua successiva secrezione nello spazio extracellulare portano al clivaggio dei peptidi di estensione da parte di proteasi
specifiche N- e C-terminali. L’autoassemblaggio e il crosslinking delle singole molecole a tripla elica in un grosso polimero avvengono nello spazio extracellulare. L’idrossilazione
e la glicosilazione dei residui di lisina permettono la formazione di legami stabili tra le singole fibrille. I peptidi C-terminali clivati non vengono metabolizzati ulteriormente,
ma circolano nel plasma come marcatori della biosintesi del collagene; la loro determinazione si usa in clinica per misurare il turnover del collagene (30).
   
 

2. MUTAZIONI DEL COLLAGENE DI TIPO I E OSTEOGENESI MPERFECTA

 
 

FIGURA 1 Eventi intracellulari ed extracellulari coinvolti nella formazione delle fibrille di collagene. L’assemblaggio si compie dalla porzione C- a quella N-terminale. La processazione post-trascrizionale delle molecole di pro-collagene è indotta da numerose modificazioni enzimatiche. È rappresentata la formazione da parte delle fibrille di collagene di regolari strutture extracellulari e il loro assemblaggio nelle grandi fibre collageniche. Non sono rappresentati i cross-link covalenti che stabilizzano le fibre extracellulari. Riprodotto con il permesso della Garland Publishing.

 

 
  I geni del collagene di tipo I, COLIA1 e COLIA2, codificano per le triplette ripetitive (gly-x-y) e i peptidi di estensione del pro-collagene. COLIA1 (cromosoma 17q23.3-q22) è lungo 51 esoni o 18 kb, mentre COLIA2 (cromosoma 7q21.3-q22) è 52 esoni o 40 kb di dimensioni. Gli esoni che codificano per la tripla elica sono multipli della sequenza di base della triplette (gly-x-y).
Nei pazienti con OI sono state rilevati oltre 200 tipi di mutazione del collagene di tipo I, la cui lista è disponibile nel database delle mutazioni del collagene umano di tipo I e III,
redatto da R. Dalgliesh (http://www.le.ac.ul/genetics/collagen) (31).
Le mutazioni del collagene sono state classificate da Cole (32) in accordo con i loci delle mutazioni e comprendono: 1) assenza di mutazioni alleliche, 2) mutazioni dell’elica
(sostituzioni della glicina, mutazioni durante lo splicing e delezioni o inserzioni dell’elica), 3) mutazioni del carbossipropeptide o del carbossi-telopeptide e 4) mutazioni dell’amino-
propeptide o dell’amino-telopeptide.
La mappatura delle mutazioni in questi geni pone una serie di ostacoli tecnici; sono stati sviluppati numerosi metodi per definire le mutazioni nelle colture di fibroblasti e osteoblasti. Tramite elettroforesi delle catene pro-a1(I) e pro-a2(I) secrete dalle colture di fibroblasti, è possibile rilevare un’alterata migrazione dei peptidi per modificazioni post-trascrizionali (eccessiva glicosilazione o idrossilazione), determinate da una più lenta processazione intracellulare per mutazione di un allele codificante la catena a (33). Il riscontro di mutazioni dei geni del collagene è stata facilitata dall’introduzione
della polymerase chain reaction (PCR), in grado di amplificare i segmenti mutati dei geni (18); le tecniche basate su questa metodica hanno in comune l’analisi dei polimorfismi
conformazionali a singola elica (SSCP) (34), l’elettroforesi del DNA (35), il clivaggio chimico (36) o la protezione dalle RNAsi dei cDNA senso-antisenso non appaiati
o degli RNA ibridi (37). La tecnologia ora permette il riconoscimento diretto della sequenza dei prodotti a doppia elica della PCR, anche se il procedimento risulta essere molto complesso e impegnativo (38).
Qualsiasi alterazione della normale composizione della catena aminoacidica del collagene di tipo I determina un’instabilità della tripla elica della molecola. Benché queste mutazioni frequentemente si manifestino con una diminuita stabilità
termica (per esempio a temperature di fusione) degli eterotrimeri del collagene, è possibile che questa non subisca modificazioni, dimostrando pertanto che gli effetti delle sostituzioni gliciniche del collagene di tipo I sono altamente posizione-specifiche (39); tutto questo viene esemplificato dalla mutazione della a1 gly598 in serina, che determina una netta diminuzione della stabilità termica della molecola, e dalla mutazione della a1 gly631 in serina, che non ne altera in alcun modo la risposta al calore (40,41).
Per le variazioni della stabilità termica è importante anche l’aminoacido sostituito, dato che le mutazioni glicina-arginina risultano avere effetti maggiori rispetto alle mutazioni
glicina-cisteina. Comunque, non ci sono correlazioni tra stabilità termica e fenotipo.
In corso di OI sono state descritte 2 classi generali di mutazioni del collagene di tipo I. Nella prima, denominata “allele null”, una mutazione degli alleli pro-a1(I) o pro-a2(I)
altera la trascrizione del gene, la stabilità dell’mRNA o la processazione intracellulare delle catene polipeptidiche alterate, così che solo la metà degli eterotrimeri necessari è
secreta nello spazio extracellulare. Il procollagene secreto è normale in qualità, ma carente in quantità. Questo meccanismo è stato rilevato in casi di OI lieve (tipo I) (42).
Un secondo meccanismo coinvolge le catene pro-a1(I) assemblate in eterotrimeri che, benché difettosi, vengono secreti e utilizzati nella matrice extracellulare. Come conseguenza dell’aumentata degradazione del collagene mutante, chiamato “proteina suicida”, vi è pertanto una minore sintesi di matrice ossea (43). Il collagene difettivo determinerà inoltre una diminuzione qualitativa e quantitativa dell’osso in cui
viene inglobato. Questi meccanismi aumentano infine la suscettibilità delle ossa alle fratture. È stata inoltre riportata una terza possibile mutazione coinvolgente le regioni regolatrici (promoter o enhancer) dei geni COLIA1 o COLIA2.

a. Il concetto delle mutazioni dominanti/negative Il collagene di tipo I è formato da un eterotrimero di 2 catene pro-a1 identiche e di 1 catena singola pro-a2, strutturalmente
differente. Una mutazione coinvolgente uno degli alleli a1(I) è in grado di alterare la sintesi del 50% delle catene a1 con conseguente incorporazione di 1 o 2 catene mutate nei 3/4 delle molecole di procollagene. Pertanto, l’effetto negativo della mutazione in questo caso viene ampliato; nel caso di una mutazione degli alleli a2 invece la catena alterata verrà incorporata nel 50% delle molecole prodotte, con un’eguale produzione di catene alterate e normali.

b. Correlazione genotipo e fenotipo nell’OI Al momento attuale non è facilmente rintracciabile una correlazione certa tra mutazioni del collagene e fenotipi specifici di OI. Dato che le molecole vengono sintetizzate dalla porzione C- a quella N-terminale, le alterazioni della prima tendono a essere più gravi rispetto a quelle della seconda; comunque questa regola non è confermata da vari esempi di mutazioni che
non hanno alcun effetto sul fenotipo della malattia (44).
Una spiegazione, desunta dagli effetti delle differenti mutazioni dei loci sulla risposta al calore del collagene di tipo I, ipotizza che i domini specifici (“cooperative melting
domains”) delle catene di procollagene costituiscano regioni specificamente suscettibili ad assemblare catene alterate o instabili (45). Tali meccanismi possono spiegare perché mutazioni simili di loci vicini determinano manifestazioni fenotipiche estremamente differenti. Per esempio, la delezione dell’esone 11 determina un fenotipo simile a quello della sindrome di Ehlers-Danlos, senza alcuna alterazione ossea significativa, mentre la delezione dell’esone 12 è alla base dell’OI di tipo IV.
L’unità basale della regione a tripla elica è la tripletta ripetitiva gly-x-y. La mutazione puntiforme coinvolgente i primi 2 nucleotidi del codone GGN per la glicina può determinare la sostituzione della glicina in prima posizione con 8 aminoacidi: arginina, alanina, acido aspartico, cisteina, acido glutammico, serina, valina e triptofano (18); la sostituzione più frequente è quella con la cisteina. La sostituzione delle glicine da parte di più possibili aminoacidi (arginina, alanina, aspartato e serina) determina una maggiore disgregazione del procollagene durante l’assemblaggio e, in generale, un fenotipo di malattia più grave. Oltre alla mutazione puntiforme si possono verificare anche delezioni o inserzioni di dimensioni variabili, dalla singola base a interi
esoni, che alterano l’elica della molecola. Sono state inoltre riportate mutazioni che alterano il consensus ai siti di splice, portando a delezione o inserzione di interi esoni. Inoltre, dato che tali mutazioni sono in grado di arrestare precocemente la formazione dei codoni, è possibile la formazione di catene a troncate e la destabilizzazione della tripla elica. Le mutazioni riguardanti la regione codificante l’elica delle catene pro-a sono frequentemente associate ad anomalie metaboliche, come il blocco o la ritardata secrezione nello spazio extracellulare della catena mutante, una sua aumentata degradazione intracellulare e una sua diminuita stabilità termica (5).
La mancata secrezione delle proteine determina una dilatazione del reticolo endoplasmatico dei fibroblasti.
 


FIGURA 2 OI di tipo I. L’osteopenia è la principale manifestazione radiologica della malattia. La densità ossea può essere normale o marcatamente diminuita. La corticale è tipicamente sottile e anche la trabecolatura
della midollare è scarsa. Comunque, a differenza dei più severi fenotipi, la morfologia strutturale delle epifisi è normale e la cartilagine di crescita rimane normale.

Le molecole eterotrimeriche di collagene secrete contenenti le catene a mutate interferiscono con la normale formazione di fibrille (46). Una mutazione puntiforme, gly748 in cisteina, determina la formazione di una piega nel sito di mutazione e sposta anche di molto il sito di clivaggio della proteasi (47).
Anche se le prime segnalazioni delle mutazioni non avevano identificato la medesima mutazione in differenti famiglie, ora questa evenienza è stata definitivamente provata.Queste mutazioni comprendono una sostituzione a2(I) gly859-ser in 2 non consanguinei con OI di tipo III (48); per quanto riguarda l’OI di tipo II sono stati rilevati 2 pazienti
con la sostituzione gly154-arg e 2 con una sostituzione a1(I) gly-1003-ser (49). Wenstrup ha descritto 2 famiglie con OI di tipo IV in cui i componenti erano portatori di una mutazione a2(I) gly646-ser (50). Sono stati inoltre identificati dei soggetti, non consanguinei, con la medesima mutazione a1(I) gly352-ser (51-53).
   
  F. Clinica dell’Osteogenesi Imperfecta
  Circa il 60% dei casi riconosciuti di OI sono di tipo I, il 15% di tipo II, il 20% di tipo III e il 5% di tipo IV (Tab. II).
   
 

1. OI DI TIPO I

  L’OI di tipo I è la forma più lieve e di più facile riscontro (Fig. 2); in ogni caso anche all’interno di questo gruppo è presente una notevole eterogeneità fenotipica. La trasmissione è autosomica dominante e la diagnosi può non essere effettuata
nei casi più lievi, anche se nella famiglia sono presenti altri casi di malattia. Per esempio, recentemente, in una donna di 52 anni ritenuta un caso emblematico di osteoporosi postmenopausale, è stata rilevata una mutazione del collagene
a2(1) gly661-ser compatibile con un’OI (54); un’accurata anamnesi della paziente evidenziava che la prima delle 5 fratture subite dalla paziente si era verificata all’età di 7 anni e che un suo fratello di 26 anni era incorso in più fratture. La paziente inoltre aveva le sclere blu e una lieve diminuzione dell’udito. Anche se l’età in cui compaiono le prime fratture o il loro numero può non essere di aiuto per la diagnosi di OI, la storia familiare può essere importante per stabilire le basi genetiche della malattia.
Le manifestazioni cardine dell’OI di tipo I comprendono una storia di fratture multiple, solitamente sin dall’infanzia, la presenza di sclere blu, una perdita di udito evidente tra i
20 e i 30 anni, una lieve lassità legamentosa e una bassa statura (52). Un terzo circa dei pazienti con OI di tipo IA raggiunge meno del terzo percentile della statura normale, mentre una quantità simile si colloca tra il 3° e il 50° percentile; il 10% dei pazienti non presenta deficit staturali (55). I pazienti con OI di tipo IB tendono ad avere una statura minore e possono presentare la caratteristica facies triangolare; nonostante
le molteplici fratture e in contrasto con le forme di malattia più gravi, le deformità articolari tendono a essere lievi o addirittura assenti. La dentinogenesi imperfecta (tipo IB) si verifica nel 5-15% dei pazienti (56) che presentano una percentuale
di fratture tendenzialmente più elevata.
L’espressività di ognuna di queste caratteristiche cliniche, compresa l’incidenza di fratture, è altamente variabile all’interno e tra le famiglie affette. Una spiegazione parziale di questa variabilità fenotipica è la presenza di mosaicismi somatici/gonadici (vedi oltre). I soggetti con malattia di tipo I solitamente hanno fratture sin dalla prima infanzia, ma possono anche non presentare fratture sino a 10 anni e anche oltre. L’incidenza delle fratture ha un andamento bifasico, diminuendo sino alla pubertà e quindi aumentando con l’età sia negli uomini sia nelle donne (57). La scoliosi può essere poi di grado lieve.
Le radiografie evidenziano contorni regolari dello scheletro appendicolare, con architettura delle epifisi intatta; sono presenti vari gradi di osteopenia e in alcuni pazienti la massa ossea è normale (58). Solitamente è presente un’osteoporosi vertebrale, con possibile comparsa di fratture da schiacciamento prima dei 30 anni.
Sono poi presenti casi lievi di OI di tipo I, con mutazioni delle glicine nelle catene a del collagene di tipo I, che non presentano fratture nonostante osteoporosi radiologica, sclere blu, lassità legamentosa, bassa statura e un pattern di trasmissione di tipo dominante (31). Da ciò si desume come in un giovane adulto debba essere fatta una diagnosi differenziale con l’osteoporosi idiopatica (59). Tra queste 2 sindromi sono stati tracciati dei confini; in genere i soggetti con osteoporosi idiopatica hanno le sclere bianche e non presentano dentinogenesi imperfecta e tendono a essere più alti dei
soggetti con OI di tipo I. In comune queste 2 patologie possono presentare lassità legamentosa e scoliosi lievi.
Negli adulti con OI di tipo I l’istomorfometria ossea evidenzia un basso turnover, anche se può essere presente un’elevata velocità di rimodellamento (60), come riportato in altri tipi di OI (61) e anche nei bambini con la malattia di tipo I (62).
a. Mutazioni alleliche null nell’OI di tipo I La maggior parte delle colture di fibroblasti di soggetti con OI di tipo I produce circa la metà della normale quantità di un allele normale (42,63). D’altra parte la proteina secreta non risulta anormale (analisi con PAGE), suggerendo che il prodotto della mutazione non venga trascritto o sia degradato intracellularmente; inoltre il rapporto tra il collagene pro-a1(I) e pro-a1(III) è anormale, con un valore circa di 1 rispetto a quello atteso di 3 (64). Il difetto di sintesi del collagene di tipo I non è limitato alla catena pro-a1(I), dal momento che sono
state rilevate mutazioni a carico di pro-a2(I) in soggetti con la medesima espressività fenotipica; è stata poi riportata in associazione con l’allele null una diminuzione dell’mRNApro- a1(I) (42).
 

FIGURA 3 OI di tipo II. L’aspetto caratteristico di questo fenotipo nei
neonati è la presenza di fratture multiple delle estremità con la caratteristica
deformità a “concertina” degli arti inferiori. Le ossa possono essere sia allargate, sia sottili. Le coste risultano fratturate in utero e alla nascita può essere presente o callo osseo o un aspetto a corona di rosario; in
alcuni casi quest’ultimo è accennato e le coste appaiono assottigliate.
È possibile che numerose mutazioni si esprimano come allele null; in effetti, come indicato in precedenza, sono possibili mutazioni a carico delle regioni promoter o enhancer, difetti di splicing, delezioni o inserzioni inducenti uno stop prematuro del codone e infine riarrangiamenti funzionali in grado di rendere l’allele non funzionale (63). Tutto questo potrebbe essere associato con un aumento del rapporto pro- a1(I) mRNA nucleare e citoplasmatico, dovuto all’incapacità dell’RNA mutante di passare dal nucleo al citoplasma (64,65). Questo è stato rilevato solo in una famiglia, in cui uno splicing errato causava la formazione di un prodotto alterato (mutazioni frameshift), ritenuto nel nucleo per motivi non conosciuti.
Apparentemente l’mRNA mutato veniva trasportato nel citosol, processato e secreto nella matrice cellulare. Questo tipo di mutazione risulta potenzialmente associato con un fenotipo clinico di malattia più grave (66).
   
 

2. OI DI TIPO II (PERINATALE, LETALE)

  L’OI letale è stata oggetto di numerosi studi, in particolare per valutare le correlazioni tra le mutazioni dei loci di COLIA1 e COLIA2 e i loro gravissimi effetti sulla formazione
della matrice extracellulare, nell’osso e negli altri organi.
I bambini con la forma letale di malattia solitamente decedono per insufficienza respiratoria nei primi 3 mesi di vita. Benché sia stata considerata inizialmente come una malattia a trasmissione recessiva, è attualmente noto che l’OI di tipo II è una malattia a trasmissione eterozigote dominante. Sono presenti forme di mosaicismo gonadico che possono spiegare l’espressività differente della malattia nelle famiglie affette (67).
Questi bambini sono piccoli per la loro età, con estremità corte e deformate e sclere intensamente blu. Il coinvolgimento viscerale è estremamente vario, manifestandosi deformità scheletriche con fratture delle estremità, delle coste, della teca cranica e del rachide. Alla nascita il punteggio di Apgar è diminuito. La più grave complicanza è l’insufficienza ventricolare, dovuta sia a fattori meccanici legati alle multiple
fratture costali sia a un’insufficienza polmonare primaria.
Altre possibili complicanze sono emorragie cerebrali traumatiche, danni al midollo spinale e avulsioni di parti del corpo durante il parto.
Il quadro radiologico è caratteristico (Fig. 3); la diagnosi differenziale comprende l’ipofosfatasia infantile grave, il dwarfismo tanatoforico, l’acondroplasia e la distrofia asfissiante del torace. Comunque queste ultime si differenziano in quanto nell’ipofosfatasia l’ossificazione è insufficiente e l’attività della fosfatasi alcalina è bassa; nell’acondroplasia le ossa sono brevi e tubulari; la distrofia toracica asfissiante è associata con un torace di forma ristretta o a campana e può mimare l’insufficienza polmonare (68). Nell’OI la teca cranica è nettamente demineralizzata, sottile come un foglio di carta e improntabile. Le ossa Wormiane, piccole aree multiple
di deossificazione del cranio, sono visibili nelle regioni occipitali e parietali (69). Le estremità sono brevi a causa delle fratture e appaiono allarghate, schiacciate (aspetto a “concertina”) e marcatamente demineralizzate. Le estremità, sia superiori sia inferiori, le clavicole e le coste presentano fratture multiple. La colonna evidenzia platispondilia. Le coste sono tipicamente sottili e, a volte, presentano un aspetto a corona di rosario per la formazione del callo osseo dopo le fratture intrauterine. Le alterazioni radiologiche hanno permesso una sottoclassificazione dell’OI di tipo II, basata sull’aspetto delle coste e delle estremità (70).
Nella forma IIA gli arti sono brevi e hanno un aspetto allargato, le coste sono a rosario ed è presente platispondilia.
Le alterazioni delle coste sono meno marcate nella forma IIB, mentre in quella IIC le ossa degli arti e le coste sono sottili, queste ultime con un minimo aspetto a rosario. I bambini con OI di tipo II possono morire o alla nascita o dopo pochi giorni/settimane. Occasionalmente è possibile la sopravvivenza anche per mesi, in relazione all’apporto nutrizionale o al supporto ventilatorio. La prognosi, in genere, è data dall’integrità
e dalla maturità del sistema toraco-polmonare, essendo sempre presente il rischio di infezioni. Un’ipoplasia polmonare è presente nel tipo II di malattia, anche se la sua prevalenza non è conosciuta. In un caso con una mutazione del collagene
pro-a1(I), l’arresto dello sviluppo broncoalveolare si è verificato alla decima settimana di gestazione (71).
Nell’OI di tipo II dal punto di vista istologico vi è un marcato deficit di formazione dell’osso corticale e trabecolare (osso intrecciato). Il processo di formazione delle epifisi è disorganizzato, conducendo a isole persistenti di cartilagine e di demineralizzazione ossea. Anche la formazione dell’osso membranoso è carente, determinando un marcato assottigliamento del cranio.

a. Mutazioni associate con OI di tipo II Le mutazioni associate con la forma letale di OI frequentemente riguardano la sostituzione di una singola base e delezioni o inserzioni di
dimensioni variabili, riguardanti i domini C-terminali della regione elicoidale o il propetide C dei geni COLIA1 o COLIA2.
Comunque, come nei fenotipi III e IV, sono state descritte mutazioni dello splicing, delezioni e inserzioni di domini centrali (gly256-val) (72) o N-terminali (gly97-asp) (5).
È interessante notare come mutazioni simili siano state associate a forme lievi di OI di tipo I (73). Sono state riportate anche sostituzioni multiple di basi singole, in genere nella porzione C-terminale della regione elicoidale. Nell’OI letale sono particolarmente frequenti sostituzioni della glicina con l’alanina (74), l’arginina (74), l’aspartato (75,76), la serina (74,49) e la valina. La presenza di una forma mortale di malattia è stata descritta in associazione con una sostituzione nella porzione N-terminale, in posizione 298, della glicina con l’arginina (78). Nell’OI di tipo II è stata descritta la sostituzione gly343-glutamina nel gene COLIA2 (79). Ampie delezioni (80-83) o inserzioni (duplicazioni di esoni) della regione elicoidale possono essere presenti nella forma letale
(84,86). A differenza dell’allele null, la co-polimerizzazione delle catene pro-a mutate con quelle normali si verifica normalmente, con secrezione nella matrice extracellulare
di un prodotto eterotrimerico strutturalmente alterato.
Le delezioni nella malattia di tipo II comprendono quelle a carico degli esoni 22-24 del gene COLIA1 (80,81) e 2 esempi in cui era descritta la delezione di 9 coppie di basi
della porzione C-terminale del segmento elicoidale (gly868-ala-pro e gly974-ala-pro) (82,83). Le mutazioni del gene COLIA2 comprendono anche sostituzioni gly-arg e asp, ampie delezioni (esoni 34-40) (87) e mutazioni di splicing che elidono l’esone 33 (88).

   
 

3. OI DI TIPO III (GRAVE, PROGRESSIVA)

   
  I bambini nati con la forma grave di OI presentano un aspetto caratteristico, legato alle deformità degli arti e alla presenza di fratture multiple. Il peso e la lunghezza alla nascita sono in genere nel range di normalità, anche se il ritardo di crescita si manifesta entro il primo anno di vita. Le fratture alla nascita coinvolgono il cranio, le coste, le clavicole e le ossa lunghe. Il cranio, anche se normale in circonferenza, sembra
relativamente largo; con la crescita può comparire una sporgenza occipitale o deformità “helmutshadel”. La forma del cranio altera le proporzioni della faccia, così che gli occhi
possono presentare un aspetto definito a “tramonto” o un modico prognatismo. Le sclere sono solitamente blu alla nascita, ma questa caratteristica diminuisce con l’età, tanto che
le sclere bianche sono caratteristiche degli adulti con OI di tipo III. Possono essere presenti lievi deformità toraciche con petto carenato, ma le fratture costali non sono comuni; la scoliosi inizialmente è lieve ma, con la crescita, può anche arrivare
a gradi più marcati (Fig. 4). Fratture vertebrali multiple sono descritte anche in fasi precoci e contribuiscono alla progressione della scoliosi (Fig. 5).
Gli arti sono deformati dalla pressione dei muscoli e dei legamenti sulle ossa demineralizzate. I pazienti con OI di tipo IIII presentano tipicamente una voce con una tonalità alta. Il deficit di crescita somatica è solitamente importante e alcuni
pazienti raggiungono solamente un’altezza di 3-4 piedi. Le deformità degli arti sono evidenti sin dalla nascita e si aggravano con le successive fratture (Fig. 6). Viste le gravi deformità ossee e l’elevato rischio di fratture legato all’osteopenia, i pazienti con OI di tipo III sono frequentemente immobilizzati in carrozzina. Negli adulti le complicazioni comprendono il sempre presente rischio di fratture traumatiche e una cefalea cronica (56), legata a invaginazione dell’arteria basilare, perdita dell’udito e una progressiva insufficienza polmonare. Una grave complicanza si verifica se l’invaginazione dell’arteria basilare compromette i centri midollari del respiro.
Radiologicamente possono essere presenti “ossa larghe” o “sottili”, entrambe espressione di un grave difetto di formazione ossea (Fig. 7). Le epifisi di questi bambini sono mal definite, forse anche per la limitata crescita scheletrica. Le epifisi possono contenere aree irregolari di tessuto connettivo scarsamente mineralizzato. Durante l’infanzia compare cifoscoliosi, che può aumentare con l’età, portando nell’adulto
sino a una malattia restrittiva polmonare. Le fratture vertebrali osteoporotiche aumentano la tendenza della colonna a curvarsi. Durante la pubertà, come nelle altre forme di OI, l’incidenza delle fratture diminuisce marcatamente.
   
 


FIGURA 4 OI di tipo III. Questa donna di 25 anni è costretta in carrozzella per la presenza di arti inferiori sottili, displastici e brevi (vedi Fig. 7). I suoi problemi attuali sono correlati a: 1) lento e progressivo aumento della scoliosi, 2) invaginazione dell’arteria basilare come conseguenza
della lassità relativa del tessuto osseo del cranio. Future complicazioni comprendono
una malattia polmonare restrittiva, così come sintomi neurologici secondari alla comprensione midollare.


FIGURA 5 OI di tipo III. Gravi osteoporosi e scoliosi. Notare la marcata demineralizzazione ossea delle coste.

a. Mutazioni nelle OI di tipo III grave non letale Come nelle forme di tipo I e II, è stata riportata un’estrema varie-tà di mutazioni nei differenti domini dei geni del procollagene di tipo I. Questi variano da una mutazione puntiforme N-terminale glicina 154-arginina (46) sino a mutazioni di glicina e cisteina nelle regioni centrali dell’elica (gly cys 610, 526 e 415) (89,90). Sono riportate mutazioni della serina nelle
posizioni 1009 (72), 844 (91), 460 e 415 (77,78,92) della catena pro-a1(I). Wallis ha rilevato nell’OI di tipo III l’omissione
dell’esone 30 (93), dato identificato anche in 2 membri di famiglie non correlate (94).

4. OI DI TIPO IV

Questo gruppo, il meno comune tra i differenti fenotipi dell’OI, è estremamente eterogeneo dal punto di vista clinico.
Inizialmente, tra le caratteristiche del gruppo era stata segnalata la presenza di sclere blu nei bambini e bianche negli
adulti (6); comunque, i soggetti affetti da adulti possono presentare le sclere sia blu sia bianche. La modalità di trasmissione di questo fenotipo è autosomica e dominante. Vi sono casi sia molto gravi sia confondibili con l’OI di tipo I e III per la loro bassa espressività clinica. Clinicamente questi pazienti sono bassi di statura e hanno il cranio sporgente, mentre una entinogenesi imperfecta è presente nel 25% dei casi.
La sporgenza del cranio persiste anche nell’età adulta; il 71% dei pazienti con OI di tipo IVB può presentare compressione
dell’arteria basilare (56). Sia l’osso spongioso sia quello trabecolare sono osteoporotici e displastici (Fig. 8); la
scoliosi può essere importante e sono comuni le deformità pelviche; la lassità legamentosa può alterare la morfologia delle caviglie, con tendenza all’inversione, ed è possibile anche una dislocazione delle ginocchia.
La crescita in altezza è intermedia tra quella dei tipi I e III. Nel tipo IV sono presenti deformità scheletriche più gravi
rispetto all’OI di tipo IV e l’osteopenia può essere marcata.
Come conseguenza molti pazienti per deambulare necessitano o di un bastone da passeggio o di stampelle.

   
  a. Mutazioni nella malattia di tipo IV Il fenotipo di tipo IV è sicuramente il meno comune tra i fenotipi dell’OI e per questo motivo sono conosciute poche mutazioni a esso associate. Possono essere coinvolte le catene sia pro-a1(I) sia pro-a2(I). Solitamente le mutazioni si verificano nella porzione centrale della catena a elica, in correlazione con il fenotipo rilevato. La prima segnalazione di una mutazione rilevata nei pazienti con OI di tipo IV coinvolgeva la catena pro-a2(I) ed era l’omissione dell’esone 12, secondario a una sostituzione GT a livello del sito di splice (37). Sono state riportate anche
mutazioni di introni determinanti omissioni degli esoni pro-a1(I)8 e pro-a2(I) 12 e 21 (5,95). In un bambino con dentinogenesi imperfecta, bassa statura e osteoporosi, in assenza di fratture, è stata rilevata l’omissione dell’esone 21 (96).
È stata descritta inoltre una mutazione pro-a1(I) gly352-ser nella regione elicoidale (92). È interessante rilevare come entrambe le mutazioni pro-a2(I) gly646-cys e gly661-ser siano state riportate in questa forma di malattia (50,54).

 

FIGURA 6 OI di tipo III. Arti inferiori deformati e fratture non saldate.

FIGURA 7 OI di tipo III. Le estremità inferiori presentano ossa sottili
per difetto di formazione. L’epifisi è displasica; non è presente la cartilagine
di crescita. L’epifisi contiene inoltre del tessuto connettivo con delle
calcificazioni definite “a pop-corn”.
   
  G. Osteogenesi Imperfecta ed ereditarietà
  Non ci sono dati attendibili sull’incidenza delle forme sporadiche di OI rispetto a quelle familiari. Le stime sulla prevalenza delle forme sporadiche variano dal 19 al 25% (13,14).
Come indicato di seguito, la presenza di mosaicismi ha reso la situazione ancora più complicata.
Nelle famiglie in cui l’ereditarietà dominante è basata su mutazioni strutturali (OI di tipo I e IV e la maggior parte dei casi tipo III), il rischio di malattia in gravidanze successive
è del 50% circa. Per molti anni si è pensato che circa il 25% dei casi fosse trasmesso come tratto recessivo. Dati più recenti indicano che solo il 5-8% dei casi di OI presentano questo tipo di ereditarietà, con conseguente rischio di malattia
nei genitori di bambini con forma sporadica e letale (85-97).
Comunque, nei casi di mosaicismo gonadico o somatico, i genitori sembrano normali e il rischio di malattia in successive gravidanze è del 50% circa. L’ereditarietà recessiva svol
ge un ruolo importante nei tipi II e III. Dato che la maggior parte dei casi studiati è legata a mutazioni strutturali del collagene di tipo I, la modalità di trasmissione della malattia appare prevalentemente autosomica dominante nella gran parte dei casi dei vari fenotipi.
 

FIGURA 8 OI di tipo IV. Questo fenotipo è moderatamente grave. Notare la grave osteoporosi e le gravi deformità coinvolgenti la pelvi e i femori. Alterazioni cistiche sono presenti al femore destro. Non è pienamente apprezzabile la scoliosi, che è comune in questo fenotipo.

   
  H. Diagnosi prenatale dell’Osteogenesi Imperfecta
  La diagnosi prenatale dell’OI solitamente è effettuata tramite radiografia o tecniche ultrasonografiche. Durante il secondo trimestre di gravidanza, la procedura ritenuta più utile nella diagnosi di OI, in particolare dei tipi I, III e IV, è l’ultrasonografia;
i casi più lievi tuttavia, in cui sono presenti molte meno deformità, non sempre sono rilevati con gli ultrasuoni.
Ci sono molti casi OI di tipo II e III diagnosticati prima della ventesima settimana, ma anche prima della dodicesima settimana di gestazione, in particolare in donne con un precedente bambino con OI e con un marito con mosaicismo del gene COLIA2 (99,100). Le manifestazioni cliniche coinvolgono l’allargamento del cranio, una diminuita ecogenicità (bassa densità ossea) e deformità o brevità delle estremità, come conseguenza delle fratture intrauterine. Ad attestare la variabilità degli aspetti morfologici, è stata osservata nel secondo/terzo semestre un’incurvatura delle ossa, con o senza diminuzione di lunghezza e con una mineralizzazione grossolanamente
normale (101). Un’anencefalia è stata rilevata tramite ultrasonografia transvaginale in un feto con OI (102).
La biopsia dei villi corioidei, con analisi del DNA per le mutazioni del collagene di tipo I, è una metodica invasiva che è stata utilizzata con successo per valutare la presenza dell’OI in numerosi casi (103); è effettuabile tra la decima e la dodicesima settimana di gestazione, nei casi in cui siano state rilevate mutazioni tipiche dell’OI in altri consanguinei. La diagnosi prenatale di OI di tipo II è stata posta alla dodicesima
settimana tramite biopsia dei villi corioidei in una donna che aveva già un bambino affetto e il cui marito era portatore di un mosaicismo di mutazione del gene COLIA2 (99).
   
  I. Mosaicismi somatici e gonadici nell’Osteogenesi Imperfecta
 
Questa modalità di trasmissione è stata scoperta quando si è rilevato il caso di un uomo i cui 2 figli, nati da madri differenti, presentavano un’OI letale (104-106). I mosaicismi somatici sono un meccanismo per spiegare la marcata e occasionale variabilità dell’espressione fenotipica vista in alcuni gruppi familiari. Entrambe le linee di mosaicismo, sia somatico, sia gonadico, sono state dimostrate utilizzando sperma, fibroblasti del derma e sangue. I mosaicismi sono stati rilevati utilizzando DNA derivato da fibroblasti del derma, linfociti sanguigni e sperma, con percentuali variabili per ogni tessuto. Un’interessante osservazione circa i
mosaicismi dei genitori riguarda la loro normalità fenotipica: in un caso la sola manifestazione dell’OI era la bassa
statura nonostante il riscontro della mutazione nel 100% dei fibroblasti del derma e nel 40% degli spermatozoi (104).
La frequenza del mosaicismo diventa di primaria importanza quando è richiesto un consulto genetico, dato che non è noto
quanto questi possano essere comuni nella malattia letale o come i mosaicismi possano sottendere a forme lievi del
disordine.

FIGURA 9 Iperosteocitosi in una biopsia di osso trabecolare in una donna di 40 anni con OI di tipo IV.

   
III. ISTOLOGIA OSSEA DELL’OSTEOGENESI IMPERFECTA
 


Le anormalità istologiche e istomorfometriche delle ossa, in genere, sono correlate con la gravità clinica della malattia; comunque, l’aspetto istologico del campione è correlato
a numerose variabili, come la zona del prelievo (per esempio possibile prossimità con zone sottoposte a traumatismi recenti), l’età del paziente e l’influenza di farmaci in grado di influenzare il turnover osseo. In genere il quadro risulta caratterizzato da una diminuzione del volume trabecolare e dello spessore della corticale, riflettendo una carente formazione di matrice. La sostanza osteoide è lievemente aumentata, mentre una caratteristica importante è la presenza di numerosi osteociti inclusi nell’osso trabecolare (Fig. 9). Questo dato è stato confermato nei pazienti con OI di tipo I tramite
conta diretta degli osteociti (J.R. Shapiro, dati non pubblicati) e anche nelle forme lievi di malattia (9,107). Anche se arrotondati, gli osteoblasti sono facilmente identificabili
lungo i margini trabecolari, mentre non vi è aumento del riassorbimento osseo da parte degli osteoclasti. La microscopia elettronica degli osteoblasti nell’OI ha dimostrato la presenza di un materiale denso, composto da depositi di glicogeno, nell’apparato del Golgi e la diminuzione della fosfatasi alcalina nella membrana cellulare (108).
L’impatto delle mutazioni del collagene di tipo I sulla formazione dell’osso endocondrale, è valutata nelle cartilagini di accrescimento dei pazienti con OI grave (tipo II e III grave).
La cartilagine sembra svilupparsi normalmente, sino al punto in cui non si forma l’osso endocondrale. Nell’OI di tipo II c’è un’insufficiente formazione di osso lamellare normale.
Alla nascita, più che un’osso trabecolare normale, sono presenti aree disorganizzate di cartilagine, circondate da isole di osso scarsamente mineralizzato. Le scansioni di microscopia elettronica (SEM), il microscopio a trasmissione di elettroni (TEM) e gli studi di diffrazione elettronica ossea hanno rilevato anomalie dimensionali dei cristalli di idrossiapatite, così come della morfologia delle fibre di collagene di tipo I e dell’organizzazione dell’osso lamellare. Le SEM dell’osso dei pazienti con OI di tipo I nella sua ultrastruttura non differisce significativamente da quello normale (109). Nelle forme gravi la struttura dell’osso lamellare è discontinua. L’osso, nell’OI di tipo II, si
presenta con un aspetto spugnoso. La TEM dell’osso nei casi di tipo III evidenzia una matrice di fibre lasse che sono scarsamente mineralizzate e con piccoli cristalli orientati scorrettamente e scarsamente organizzati rispetto alle fibrille di collagene. Comunque, anche nei fenotipi gravi, la struttura dell’osso lamellare può essere normalmente conservata.
L’analisi a diffrazione di elettroni dei cristalli minerali e la diretta misurazione delle loro dimensioni, evidenzia quanto possono essere piccoli, in particolare nelle forme più gravi
di malattia (102). L’orientamento dei cristalli nelle fibre di collagene può essere anormale e alcuni studi radiologici, condotti su animali con la mutazione della OIM (Osteogenesi Imperfecta murina), hanno rilevato un errato orientamento dei cristalli nelle fibrille di collagene (110).
Studi immunoistochimici sull’osso di pazienti con OI di tipo II hanno dimostrato nidi di cartilagine con collagene di tipo II e un aumento del collagene di tipo III nella matrice
ossea. La persistenza del collagene di tipo III, che può mimare un pattern fetale, è stato evidenziato nell’osso con OI di tipo III e IV.

A. Densità minerale ossea nell’OI

La massa ossea è determinata da fattori genetici, ormonali e dallo stile di vita. La maggior parte dei pazienti con OI ha una diminuzione della densità ossea (osteoporosi) alle radiografie, anche se a volte, sia negli adulti sia nei bambini, l’aspetto radiologico appare normale (58). La densitometria ossea a doppio raggio-X conferma la diminuzione della massa ossea e la sua capacità, in alcuni soggetti e in modo limitato, di aumentare con l’età. La densità ossea dell’osso, sia trabecolare (vertebre, polsi, coste) sia corticale (omero e femore), è diminuita. Nell’OI vi è una diminuzione della massa ossea in caso di gravidanza (53), dopo la menopausa e, negli uomini, dopo i 50 anni. L’aumento, nel periodo post-menopausale e nei maschi anziani, della frequenza delle fratture indica la necessità di terapie aggressive per diminuire la perdita della massa ossea (57).

B. Istomorfometria ossea nell’OI

L’entità del turnover osseo nell’OI è importante anche per stabilire il trattamento più adeguato. Per esempio, la calcitonina può essere raccomandata quando il turnover osseo è alto e i bisfosfonati sconsigliati quando questo è basso. Ramser e Frost hanno valutato il turnover osseo costale in una donna con OI di tipo I, evidenziando un aumento di 3 volte della corticale e una diminuzione dello strato periostale (111);
questa discrepanza, il cui motivo non è ancora chiarito, contribuisce al diminuito spessore costale. Albright ha osservato che la superficie coinvolta nella formazione ossea era aumentata, così come quella deputata al riassorbimento e le dimensioni
delle lacune osteocitarie (112). Non è stata confermata la presenza di riassorbimento osteocitario nell’OI.
Lo studio del turnover osseo viene effettuato somministrando tetracicline marcate prima della biopsia; in questo modo St. Marie ha analizzato campioni raccolti da biopsie ossee
della cresta iliaca e osservato che nei pazienti con OI erano ridotti il volume dell’osso trabecolare e le velocità di calcificazione e di formazione ossea a livello cellulare. Alcuni
studi su bambini, con un’età compresa tra i 6 e i 15 anni e OI lieve, hanno evidenziato un aumentato turnover con diminuzione dell’attività osteoblastica. Glorieux e coll. hanno
effettuato 44 biopsie da cresta iliaca in 44 bambini (età 2-14 anni) con OI non letale (113). Tutti i tipi di OI presentavano come caratteristica comune una diminuzione del volume dell’osso spugnoso, della larghezza della corticale e dello spessore dell’osso trabecolare. Rauch e coll., in una casistica di 70 bambini (età 1,5-13 anni), hanno riscontrato come la diminuzione dell’osso spugnoso fosse dovuta a una diminuzione
del numero di trabecole dal 41 al 57% e dello spessore delle trabecole dal 15 al 27% (114). In tutti i casi di OI vi è un aumento del rimodellamento osseo, mentre non sono rilevati difetti della mineralizzazione della matrice. L’aumento del rimodellamento osseo può spiegare l’efficacia della terapia antiriassorbitiva con bisfosfonati nei bambini.
La conferma istomorfometrica di basso turnover osseo è stata inoltre riscontrata anche in una coorte di adulti con OI di tipo I (60). Le differenze tra la valutazione del turnover
osseo negli ultimi studi rispetto ai più datati possono essere dovute a un miglioramento delle tecniche disponibili, ma soprattutto a una più precisa classificazione clinica della malattia.

C. Marcatori biochimici di turnover osseo nell’OI

I marker biochimici di formazione ossea, come l’osteocalcina sierica, i propeptidi C-ed N-terminali del procollagene di tipo I (PICP e PINP) e l’isoenzima osseo della fosfatasi
alcalina, e quelli di riassorbimento osseo, come i crosslink urinari del piridinio e il telopeptide N-terminale del collagene (27), sono stati valutati nei pazienti con OI. La loro
importanza può essere notevole, viste le evidenze istologiche di aumentato turnover osseo nell’OI (61). Brenner e coll. hanno riscontrato una diminuzione dei PICP in numerose forme di OI, in particolare in quelle di tipo I (115). Le concentrazioni
di osteocalcina sono aumentate nei pazienti nella prima decade di vita, ma solo in 1 dei 18 pazienti più anziani.
In un successivo report è stato rilevato un aumento delle D-piridinoline, suggerendo che alla base dell’osteopenia nell’OI vi fosse un aumentato riassorbimento osseo (116);
dati istomorfometrici, ottenuti sia nei bambini sia negli adulti, non hanno tuttavia confermato tale ipotesi, contestata anche da Minisola e coll. (117) e da Shapiro, che ha riscontrato una diminuzione sia della formazione sia del riassorbimento osseo (non uniformemente) nei pazienti con OI (118). In uno studio sui marcatori biochimici condotto su 78 pazienti con OI, nei casi con malattia di tipo I i PICP, i PINP
e la formazione ossea erano generalmente diminuiti e più bassi rispetto ai soggetti con malattia grave e difetti qualitativi del collagene (119). I risultati suggeriscono che nei bambini e negli adulti affetti da forme lievi di OI vi sia una diminuzione del turnover osseo, mentre il riassorbimento osseo risulta aumentato negli adulti con malattia grave; questi dati svolgono un ruolo di primaria importanza, dato che possono influenzare la scelta della terapia, come per esempio l’impiego di farmaci antiriassorbitivi rispetto a farmaci che aumentano la formazione ossea.

D. Manifestazioni oculari dell’OI

Il colore delle sclere può essere uno dei fattori di riconoscimento di alcuni fenotipi di OI; comunque, è importante sottolineare che il colore delle sclere può variare durante la
vita dei pazienti e che le sclere blu non sono tipiche solo dell’OI (120); sono state rilevate anche in pazienti con sindrome di Ehlers-Danlos, compresi casi inusuali di dermatoparassia (121,122), con sindrome di Marfan associata a contratture (123) e ipofosfatasia letale (124). Le sclere blu si manifestano in modo uniforme nei soggetti con OI di tipo I, mentre possono essere blu o bianche nel tipo III, blu da piccoli e successivamente bianche nei pazienti con OI di tipo IV.
Anche se la causa del colore blu delle sclere risulta sconosciuta, potrebbe essere legata a un’anomalia della matrice superficiale delle sclere, dato che è stata dimostrata una correlazione tra l’intensità del colore e la deformabilità del globo oculare, la rigidità della cornea e della sclera (152,126).
In termini di caratteristiche fisiche, il blu risulta essere il prodotto della riflettanza più che dell’assorbanza, suggerendo ancora la sua dipendenza dall’alterata composizione della matrice.
Il diminuito spessore delle sclere come causa del colore blu non è tuttavia un dato così certo, anche se Chan e coll. hanno rilevato nell’OI letale una diminuzione del diametro
delle fibre di collagene corneali e sclerali rispettivamente del 25 e del 50% (127).
L’arcus senilis (embriotoxon) è la seconda più frequente anomalia rilevata nell’OI, essendo osservata nel 28% circa dei pazienti (4,8,9). Può manifestarsi come opacità o arco periferico della cornea di un soggetto giovane o comparire in un individuo più anziano come anulus senilis; la sua causa è sconosciuta, non essendo legata ad anormalità del metabolismo lipidico.
In corso di OI sono riportati casi di numerose altre alterazioni oculari (9) come il cheratocono, la cornea sottile, la rottura corneale e, raramente, la sublussazione del cristallino (128,129).

E. Dentinogenesi imperfecta


Nell’OI sono state riscontrate 2 tipi di lesioni dentali, la dentinogenesi imperfecta (DI) e le cisti ossee multiple radiolucenti, queste ultime di rara evenienza. A esse possono
essere associate sia alterazioni del massiccio facciale sia condilari, con conseguente dislocazione dei condili mandibolari, prognatismo (malocclusione tipo III), emimandibole ipoplasiche e zigomi schiacciati (130). La DI è la più comune manifestazione orale dell’OI; ne sono presenti 2 tipi, la più comune è quella di tipo II (131).
La DI in genere si verifica nel 5-15% dei casi ed è più frequente nell’OI di tipo III e più rara nel tipo I. Solitamente la DI si associa con la malattia ossea, pertanto tutti i parenti di soggetti con OI che presentano DI devono essere valutati per escludere un’OI. I denti coinvolti presentano una corona bulbare e un aumentato angolo coronale, potendo anche essere privi di cavità pulpali. I denti definitivi sono meno colpiti di quelli da latte. La microscopia elettronica della dentina mostra disorganizzazione dei tubuli (132); è questo difetto che impedisce l’adesione dello smalto alla dentina e conduce alla
scheggiatura e alla perforazione dei denti. La DI imperfecta di tipo II è un difetto autosomico dominante della formazione della dentina situato nell’intervallo
6.6 D4S2691-D4S2692 del cromosoma umano 4q21. Ricerche più attuali hanno permesso di ridefinire la regione critica ad un intervallo di meno di 2, definito da ricombinazioni in pazienti provenienti da 2 famiglie diverse, che mostravano
entrambi un linkage al cromosoma 4q21 (133).
O’Connel ha studiato 40 bambini (età compresa tra 1 e 17,5 anni) con OI di tipo III e IV. L’incidenza della DI era superiore all’80% nella prima dentizione e una malocclusione dentale di classe III era presente nel 70-80% dei soggetti studiati.
Il 21% dei pazienti con OI di tipo III presentava uno sviluppo dentale ritardato, che era invece precoce nel 23% dei casi di tipo IV. Era inoltre descritta una malposizione dei denti al loro spuntare (134). Non sono frequenti le cisti ossee mandibolari.
Un recente report descrive una giovane donna di 23 anni, con OI e DI, che ha presentato, 5 anni dopo una frattura condilare, la comparsa di cisti radiolucenti, uniloculari, multiple e bilaterali a livello della mandibola.

F. Perdita di udito nell’OI

Nell’OI è frequente una diminuta acuità uditiva, rilevata nel 30% circa di tutti i pazienti. Il 10% circa dei casi presenta una perdita grave della funzione e, pur essendo più comune nei giovani adulti, è possibile anche nei bambini. In una casistica di pazienti con malattia di tipo I, è stata osservata una perdita dell’udito superiore a 30dB nel 51% circa dei soggetti con età compresa tra i 20 e i 60 anni (135). La perdità dell’udito è più rapida tra i 10 e i 45 anni, alla velocità di 1- 1,7 dB/anno.
Sono state descritte molteplici lesioni funzionali; queste comprendono difetti di conduzione e lesioni miste o neurosensoriali. La perdita di conduttività è dovuta a traumatismo degli ossicini auricolari o a fibrosi dello stapedio. L’alta incidenza
di difetti misti o neurosensoriali implica un coinvolgimento della coclea o del nervo cocleare (136,137). In 9 pazienti con OI sono state effettuate TC ad alta risoluzione
e scintigrafia dell’apparato uditivo esterno (138); nella regione pericocleare è stata evidenziata un’importante diminuzione della densità ossea in caso di perdita dell’udito di tipo misto, mentre tale dato era normale nei restanti pazienti. L’esame scintigrafico del timpano e della coclea indica un aumentato metabolismo osseo locale.
Una questione importante è se la stapediectomia possa svolgere un ruolo nella terapia della perdita dell’udito nei pazienti con OI, essendo stati descritti casi favorevoli (139); Garret- sen e coll. hanno rilevato un aumento dell’udito nell’85% dei 58 apparati uditivi a 3 mesi e del 68% a 9,6 anni, senza alcuna diminuzione del guadagno post-operatorio di udito (140).
Quando si verificava, la diminuzione dell’udito era dovuta alla progressione del difetto neurosensoriale e compariva o appena successivamente o a un anno dall’intervento.
G. Lesioni cardiache nell’OI Nell’OI non sono frequenti lesioni cardiache significative,
a differenza di quanto si verifica in altre malattie ereditarie del tessuto connettivo, come le sindromi di Marfan e di Ehlers-Danlos. Uno scompenso cardiaco destro può complicare
l’insufficienza polmonare progressiva nelle OI di tipo II e di tipo III (nei bambini e anche negli adulti). Un prolasso della mitrale è udibile auscultatoriamente nell’1-2% dei
casi e riscontrabile ecocardiograficamente nel 10% dei casi, in contrasto con il 6% di incidenza della popolazione generale (141,142). Circa il 10% dei casi di OI presenta una dilatazione dell’anello aortico, senza che però tale alterazione sia associata a rigurgito valvolare, di infrequente osservazione in questi pazienti. In caso di difetti valvolari aortici severi sono segnalati buoni risultati dopo approccio chirurgico (144);
la displasia del tessuto connettivo può complicare sia la procedura chirurgica, sia il decorso post-operatorio.

H. Disordini neurologici in corso di OI

Nei pazienti con OI sono state descritte numerose alterazioni neurologiche; la maggior parte di esse coinvolge soggetti con deformità scheletriche moderate o gravi. Sono descritti idrocefalo, invaginazione dell’arteria basilare con compressione del tronco encefalico e atrofia della corticale (145).
L’invaginazione dell’arteria basilare può causare dislocazione del midollo spinale prossimale e del clivus nel foramen magnum. La compressione del tronco encefalico può causare disturbi sensitivi, così come deficit della funzionalità respiratoria.
In presenza di impressione della basilare sono descritti casi di siringomielia (146,147).
Una cefalea cronica, dovuta a un aumento della pressione endocranica, si può verificare nell’OI di tipo III, in cui è presente deformità della base del cranio. Una nevralgia trigeminale può accompagnare tale complicanza (145). Una seconda categoria di problemi neurologici, dovuta alle deformità scheletriche, si può verificare nell’OI lieve o moderata; appartengono a questa categoria le sindromi da intrappolamento nervoso, secondarie alla guarigione delle fratture e le lesioni radicolari dovute ai cedimenti somatici o alla scoliosi.
Charnas e coll. hanno analizzato i disturbi neurologici in 76 bambini con OI, con un’età media di 8 anni e in prevalenza tipo III e IV di malattia (148). Dieci pazienti presentavano macrocefalia, anche se la circonferenza cranica era in genere normale.
Un’atrofia cerebrale è stata identificata in 17 pazienti con un’età compresa tra i 7 e i 17 anni. Otto pazienti, per lo più con malattia di tipo III, presentavano invaginazione dell’arteria basilare; crisi comiziali erano presenti in 5 pazienti e fratture craniche in 10. In numerosi casi può essere necessaria una decompressione chirurgica del midollo spinale (149).
In passato la distinzione tra OI e la sindrome osteoporosi- pseudoglioma non era ben definita. Quest’ultima comprende gravi alterazioni visive, nanismo o bassa statura e deformità scheletriche. Comunque, in 2 pazienti il metabolismo delle fibre collagene era normale, differenziando questa malattia dall’OI grave, con cui può presentare alcune somiglianze (150).

I. Coinvolgimento polmonare dell’OI

L’insufficienza polmonare è il problema principale per 2 gruppi di pazienti con OI: 1) neonati con la forma letale e 2) gli adulti con il tipo III di malattia e scoliosi grave. Gli adulti con malattia di tipo IV, pur avendo una scoliosi moderatamente grave, non sono a rischio di insufficienza polmonare.
La situazione può essere complicata dalla presenza di pectus carinatum od excavatum.
Nei neonati con forma letale è frequente l’exitus nelle prime settimane di vita, per la comparsa di insufficienza polmonare e di sovra-infezioni sempre a livello polmonare. In
un gran numero di casi, le cause di questi eventi non sono chiarite. Un’insufficienza neonatale polmonare può essere secondaria alla presenza di fratture costali intrauterine (come per esempio nell’OI di tipo IIA, con coste a rosario), con un’alterata azione dei muscoli respiratori; in questi casi si rende necessario, poco dopo la nascita, un supporto ventilatorio.
In alcuni neonati con OI di tipo IIA sottoposti a riscontro autoptico è stata descritta ipoplasia polmonare. Un paziente con questa complicanza è stato studiato per determinare il potenziale effetto di mutazioni della sintesi del pro-a1(I) collagene
sullo sviluppo polmonare; è stato riscontrato un blocco della formazione dell’albero bronchiale alla decima settimana di gestazione. La frequenza di morte per tali lesioni
tra questi pazienti non è nota al momento (71).
Un’altra causa di insufficienza polmonare nell’OI grave di tipo III è l’ipoventilazione alveolare, secondaria a compressione midollare per invaginazione dell’arteria basilare
(151).
I pazienti con OI di tipo III possono presentare una sindrome restrittiva polmonare per grave scoliosi, associata a un diminuito volume della gabbia toracica (Fig. 4). Le deformità toraciche possono peggiorare con l’accentuazione della scoliosi.
Dato che entrambe le situazioni tendono ad aggravarsi con l’età, il paziente già in carrozzina presenta dispnea anche per modici sforzi. È stato inizialmente osservato che nelle
OI gravi l’insufficienza polmonare è correlata con la presenza di cifoscoliosi (152). Abbiamo valutato i pattern di sonno, in riferimento alla sleep apnea così come alla funzionalità polmonare in pazienti con OI di tipo III. I risultati indicano che, nonostante la presenza in alcuni pazienti di malocclusione della mandibola di tipo III e la dislocazione della lingua, la sleep apnea era presente solo in 2 casi su 6. Una lieve sleep apnea è stata segnalata in un paziente di 70 anni con OI di tipo I.
La terapia per questi soggetti è complicata dal loro piccolo volume toracico; una ventilazione meccanica di supporto, compresa la somministrazione domiciliare di ossigeno, è richiesta frequentemente.

J. Scoliosi nell’OI

L’incidenza globale di scoliosi in questi soggetti è circa del 70%. A contribuire allo sviluppo della scoliosi sono sia le deformità vertebrali secondarie all’osteoporosi, sia la lassità dei legamenti della colonna. In genere le forme più gravi di malattia sono associate con le maggiori deformità del rachide. Uno studio, condotto su 46 bambini con OI di tipo III e IV, ha dimostrato come la compressione vertebrale inizi poco dopo la nascita e progredisca quindi nella pubertà. Il rachide dei bambini con OI era atipico, per la presenza di fratture vertebrali da compressione, in particolare a livello di L4
ed L5 (153). Ulteriori deformità riscontrabili sono la platispondilia, aumentate cifosi dorsale e lordosi lombare. Un’analisi su 102 pazienti, ha evidenziato come la scoliosi fosse lieve (<40°) nel 50%, moderata (<60°) nel 6% e grave (>80°) nel 2% dei casi (154). Se la scoliosi è superiore a 40° sono quasi sempre presenti deformazioni della gabbia toracica.
La scoliosi tende a essere lieve nelle OI di tipo I, più grave nel tipo IV e ancora di maggior rilievo nel tipo III, dal momento che: 1) la progressione delle deformità si verifica con l’età, portando a compromissione polmonare e 2) la stabilizzazione
chirurgica può essere complicata dalla scadente qualità dell’osso, che limita per esempio il posizionamento delle barre di Harrington. Come nelle altre forme di scoliosi,
un’accentuazione del difetto si verifica dopo i 5 anni e in corrispondenza della pubertà. In generale, la scoliosi progredisce nella maggior parte dei pazienti. L’utilizzo di sostegni
può essere di scarso valore in questi casi e compromettere ancora di più la funzionalità polmonare.

K. Formazione di un callo osseo iperplastico

La formazione di un callo osseo iperplastico è una complicanza molto comune che si può verificare durante la guarigione delle fratture o nei segmenti ossei sede di precedenti
eventi fratturosi, guariti senza complicanze (155); è presente in tutti i tipi di OI. Dalla matrice extracellulare si ha la formazione di un callo osseo esuberante, infiammato, dolente e con aspetto tumor-like. Il callo osseo è stato studiato nelle OI, senza che sia stata riscontrata alcuna modificazione delle fibre di collagene di tipo I e III rispetto al normale (156).
Solitamente, il callo osseo scompare in alcune settimane o anche mesi. Solo in pochi casi ne è stata documentata la ricomparsa.
Nella diagnosi differenziale deve essere considerato l’osteosarcoma, che è estremamente raro in questi pazienti. La terapia comprende la somministrazione di corticosteroidi per sopprimere la formazione della matrice e le componenti infiammatorie di questa lesione reattiva. La radioterapia a basse dosi può essere utile nel diminuire il dolore e la tumefazione connessi con la formazione del callo iperplastico (157).

L. Metabolismo degli osteoblasti nell’OI

Lo sviluppo degli osteoblasti ha origine dalle cellule progenitrici midollari, sino ad arrivare ai preosteoblasti e terminare quindi alle cellule mature. Gli osteoblasti danno origine al lining osseo e agli osteociti. Le colture cellulari di osteoblasti umani possono essere estratte dall’osso trabecolare sminuzzato ed essere studiate metabolicamente per circa 35 giorni in colture tissutali. Queste cellule si dividono e passano allo stadio di pre-osteoblasti (158). La valutazione dei differenti marcatori osteoblastici espressi dalle cellule in coltura di pazienti con OI, ha evidenziato che la produzione di osteocalcina in risposta alla stimolazione con 1,25(OH)2D3 era simile ai controlli nei tipi I, III e IV (159).
Comunque, la produzione sia di osteocalcina sia di cAMP in risposta alla 1,25(OH)2D3 era diminuita negli osteoblasti
ottenuti da pazienti con OI di tipo II, in contrasto con il gruppo di controllo.
Numerose anomalie metaboliche collegate alla sintesi della matrice extracellulare sono state evidenziate nelle colture osteoblastiche di soggetti con OI, rispetto ai controlli normali, parificati per età (160,161). Anche se la curva di crescita degli osteoblasti umani in coltura è più lenta rispetto a quella dei fibroblasti normali, gli osteoblasti dell’OI (e non i fibroblasti) hanno una velocità di proliferazione inferiore rispetto ai gruppi di controllo (162,165,166). La sintesi del collagene di tipo I, misurata tramite l’incorporazione della (3H)prolina, è diminuita negli osteoblasti di OI in coltura, come la
sintesi della matrice associata alle proteine osteocalcina e osteonectina. La sintesi dei proteoglicani della matrice, decorina, biglicano e condroitin solfato è aumentata. Comunque, la sintesi dello ialuronano e delle sialoproteine ossee da parte dei preosteoblasti dell’OI sembra essere aumentata, in accordo con l’aumento della sialoproteina e dell’osteocalcina ossee. In questi casi è evidenziabile inoltre una riduzione dell’osteonectina. È noto che questi difetti sono secondari a mutazioni del collagene di tipo I, che è in grado in qualche modo di alterare la sintesi delle altre proteine della matrice. I livelli di decorina ossea non sono alterati, a differenza di
quanto osservato nei tessuti di coltura con osteoblasti ottenuti da pazienti con OI.
La deposizione di matrice collagenica da parte di fibroblasti dermici in coltura, ottenuti da un ampio spettro di fenotipi di OI, è risultata diminuita, indicando che la diminuita
secrezione di collagene non è limitata ai soggetti con l’allele null (164). Studi sulla deposizione della matrice collagenica extracellulare e sul turnover dei fibroblasti da casi di OI letale hanno evidenziato una limitata secrezione di collagene da parte
di queste cellule (165). I fibroblasti di OI con mutazione gly667-arg depositano un quarto del collagene di tipo I rispetto ai fibroblasti di controllo. Comunque la riduzione della deposizione di matrice collagenica non era dovuta a una diminuita sintesi del collagene, piuttosto risultava meno efficace il suo inglobamento nella matrice. Il collagene mutante incorporato nella matrice sembra maggiormente suscettibile alla degradazione proteolitica, suggerendo una sua alterata copolimerizzazione con il procollagene normale.
La determinazione della quantità di cross-link del collagene nell’osso di questi pazienti, ha dato risultati contrastanti. Anche se i cross-link lisinici a livello cutaneo sono risultati
diminuiti (166), l’analisi del contenuto osseo dei cross-link dell’idrossilisilpiridinolina e della lisilpiridinolina nei pazienti con OI di tipo I, III e IV non ha rilevato concentrazioni differenti da quelle della popolazione sana (167).
Lo studio dell’osso compatto di 30 pazienti di 2-9 anni e differenti tipi di OI ha evidenziato un basso contenuto di collagene e proteine per milligrammo in paragone al gruppo di controllo, parificato per età (145). Questo studio ha inoltre riscontrato nell’osso compatto un aumentato contenuto di collagene di tipo V, ma non di tipo III, normalmente presente nell’osso degli adulti. Comunque aumentati livelli del collagene
di tipo II e V sono stati rilevati in bambini con la forma letale della malattia (168). A differenza dei casi con tipo I, in cui non vi è un’aumentata idrossilazione del collagene,
nelle forme tipo II e III sono presenti modificazioni post-trascrizionali a carico del collagene dell’osso.
La dimensione dei cristalli di idrossiapatite nei campioni di tessuto osseo di bambini e adolescenti con OI è caratterizzata da una riduzione della cristallinità degli assi nei tipi
III e IV e delle dimensioni dei cristalli nell’infanzia in caso di malattia di tipo I (169,170). È stato ipotizzato che la diminuita cristallinità potesse essere legata a un difetto della
sintesi del collagene, dato che le dimensioni del cristallo erano tendenzialmente minori nelle forme più gravi di malattia.
Una ridotta dimensione dei cristalli di apatite dell’osso è stata precedentemente dimostrata in 2 ceppi bovini con un fenotipo di malattia caratterizzato da sclere blu, lassità legamentosa e osteoporosi, in assenza di alterazioni della sintesi del collagene di tipo I. Il meccanismo di tale alterata cristallizzazione nell’OI non è ancora chiarito.

M. Modelli animali di OI

Sono descritte numerose specie animali con manifestazioni fenotipicamente simili a quelle dell’OI. Un esempio è la mutazione murina Fragilitas Ossium (fro/fro mouse), che si è sviluppata in seguito a trattamento con tris(1-aziridinil fosfina) sulfide delle cellule germinali maschili (171). In questo modello, il metabolismo del collagene è normale. Un altro modello, denominato OI bovina, è stato rilevato nella progenie di bovini non consanguinei in Australia e in Texas (172), che presentavano fratture intrauterine o post-natali, sclere blu e grave lassità legamentosa. Anche se il contenuto dei proteoglicani e delle sieroproteine era basso, la sintesi del collagene di tipo I era normale (173). È presente un’OI grave canina, in associazione con una mutazione a1(I) gly208-ACA (173a).
L’applicazione di metodiche transgeniche ha permesso l’induzione di mutazioni del collagene di tipo I con la creazione di numerosi modelli animali di OI umana. Anche se allo stato omozigote queste forme sono in genere mortali, il topo MOV 13 è utilizzato come modello dell’osteoporosi umana.
In questo caso l’incorporazione di un retrovirus murino nel primo introne COLIA1 blocca il segnale di trascrizione, simulando un fenotipo da allele null (174). È stato ottenuto un
ulteriore modello transgenico, caratterizzato dalla presenza della delezione 45-bp pro-a1(I), descritto per primo in un caso di OI letale di tipo I (175). Questo minigene genera catene pro-a1(I) più brevi, portando al “suicidio” intracellulare della proteina. Nel modello il 6% della progenie presentava una malattia letale, il 33% fratture, mentre il 61% non presentava danni scheletrici, suggerendo l’esistenza di un mosaicismo.
Questa differente espressione porta a interessanti discussioni sui fattori che possono variare l’espressione del gene mutante nei differenti tessuti dei modelli transgenici (176).
Chypman e coll. hanno descritto un modello murino vitale dell’OI umana moderatamente grave (179). Questi animali erano portatori di una delezione di una singola base del propeptide C-terminale (esone 52), in grado di bloccare la sintesi
di pro-a2(I) con accumulo successivo nei tessuti di a1(I)3 omotrimeri; in contrasto con la sua posizione, tale mutazione non è letale. La presenza di osteoporosi, fratture, lassità legamentosa e una diminuita crescita somatica, sono le principali manifestazioni dell’OI umana. Tale mutazione mima la delezione 4-bp nello stesso esone (numero 52) in un bambino con OI di tipo III (178,179).

N. Trattamento medico dell’OI

I dati della letteratura sul trattamento dell’OI con farmaci attivi sul metabolismo osseo e con terapie ormonali sono molteplici. Purtroppo la maggior parte dei reports sono su
di un singolo paziente e senza controlli. Nella valutazione delle opzioni terapeutiche dell’OI, è importante rammentare che le mutazioni della sintesi del collagene sottendono in un gran numero di casi a un’osteoporosi; rimane ancora da valutare se qualche trattamento sia in grado di influenzare la produzione del collagene o di stabilizzarlo nella matrice extracellulare.
I fluoruri sono stati studiati per molto tempo come possibili farmaci per la cura delle sindromi osteopeniche; sono in grado di aumentare la massa ossea, valutata tramite densitometria, e di aumentare la formazione ossea, come confermato istologicamente. In ogni caso i fluoruri conducono a una mineralizzazione scoordinata e alla sintesi di una matrice ossea alterata. È ancora controverso se tale trattamento conduca a una diminuzione del numero di fratture. Recentemente è stata dimostrata l’efficacia di una formulazione di fluoruri a lento rilascio nella diminuzione del tasso di fratture in donne postmenopausali (180), mentre non è stata provata l’efficacia di tale trattamento nell’OI grave (181).
L’impiego della calcitonina nell’OI ha dato risultati contrastanti; anche se l’analisi istologica di campioni di biopsia ossea non ha rilevato vantaggi nell’OI di tipo III (182), studi non controllati hanno evidenziato una diminuzione delle fratture (183). Recentemente, in 10 pazienti trattati con calcitonina, sia sottocute sia nasale, per un periodo variabile tra 28 e 76 mesi, è stata evidenziata una diminuzione apparente
delle fratture (184), anche se, come indicato dagli autori medesimi, non si può sottostimare un’eventuale variazione spontanea o età correlata del tasso di fratture.
Data la frequente presenza di deficit staturali nei bambini con OI e i risultati incoraggianti ottenuti con il GH nella sindrome di Turner, numerosi centri (185,186) hanno intrapreso studi clinici sull’efficacia dell’ormone della crescita nell’OI;
in genere, i test basali provocativi con GH e IGF-1 sono normali nell’OI, benché in un test di risposta al GH la produzione di somatomedina sia risultata diminuita in 13 bambini
su 22 (187).
In generale, il trattamento con GH in adulti osteoporotici senza deficit dell’ormone ha dato risultati estremamente variabili, in parte perché gli effetti del GH sono di un aumento sia della formazione sia del riassorbimento osseo, con prevalenza di quest’ultimo. Anche nei pazienti con OI il trattamento con GH ha dato risultati contrastanti; nei casi con OI lieve/moderata il GH ha incrementato il tasso di velocità di
crescita lineare, il turnover osseo e il contenuto minerale dell’osso trabecolare lombare (188). In un ampio studio clinico, la somministrazione di GH ha determinato un modesto
beneficio solo nell’OI di tipo IV (Marini) (189).
I bisfosfonati sono utilizzati diffusamente per la terapia dell’osteoporosi post-enopausale e, con buoni risultati, nei bambini con differenti malattie scheletriche e nell’OI (190). Il pamidronato ev (Novartis Pharmaceuticals), un bisfosfonato di seconda generazione, è stato somministrato ad alcuni adulti con OI di tipo I (191). Negli adulti il trattamento con pamidronato (30 mg ev ogni 3 mesi) determina un aumento del volume di osso trabecolare (192). Comunque sono stati riportati effetti positivi sulla densità ossea e sulla diminuzione del tasso delle fratture in bambini con malattia di tipo III e IV (193,194). Gli altri reports sull’utilizzo dei bisfosfonati riguardano singoli pazienti ed evidenziano un effetto positivo di tali farmaci sulla massa ossea (195,196,197). Sono
attualmente in corso studi sulla somministrazione dei bisfosfonati per os, come l’alendronato e il residronato.
Dato l’aumento del rischio di frattura con l’età, si raccomanda l’utilizzo di una terapia ormonale sostitutiva nelle donne dopo la menopausa. Comunque, non ci sono dati, né istologici, né di densitometria ossea, che confermino l’efficacia della terapia ormonale sostitutiva nei pazienti con OI.

O. Riabilitazione e terapia fisica nell’OI

Per lo sviluppo dei bambini e il mantenimento della capacità di svolgere le normali attività quotidiane negli adulti con OI, un ruolo di primo piano è svolto da un corretto e coordinato approccio riabilitativo e con terapie fisiche; la meta terapeutica è il raggiungimento dell’indipendenza funzionale dei pazienti. Binder e coll. hanno fissato i 2 principi basilari dell’approccio riabilitativo in questi casi: 1) la variabilità tra i differenti fenotipi della malattia rende difficoltoso predire quali bambini siano a rischio di grave disabilità e 2) la valutazione completa delle capacità funzionali del bambino
e il potenziale di riabilitazione (198).
I bambini e gli adulti con malattia grave possono essere incapaci di sedersi autonomamente, molti pazienti con OI di tipo III sono costretti in carrozzina, mentre, come in molti casi con OI di tipo IV, la capacità di deambulare è legata all’utilizzo
di corsetti, bastoni o grucce. Un ruolo di primaria importanza è svolto poi dallo sviluppo e dal mantenimento del tono muscolare delle estremità, dalla prevenzione delle
contratture muscolari nei differenti distretti corporei, dei malallineamenti articolari e infine delle scorrette posture e della scarsa resistenza nei soggetti in grado di deambulare. Per il più corretto approccio terapeutico possibile e il mantenimento
della funzionalità raggiunta dal paziente, i bambini sono classificati in relazione alla gravità della malattia e al loro potenziale di riabilitazione, essendo poi stabilito con precisione il programma terapeutico specifico definito per ogni gruppo (199). Le modalità comprendono delle poltrone su misura per allineare correttamente le anche, le ginocchia e le caviglie, per prevenire il sovraccarico della colonna, attività terapeutiche in acqua, tecniche di mobilizzazione per evitare limitazioni dell’escursione articolare ed esercizi di rinforzo di gruppi muscolari, per il miglioramento della postura e dell’equilibrio e l’incremento della resistenza. Sono impiegati supporti articolari specifici e per lo scarico degli arti inferiori, al fine di ridurre le instabilità articolari e agevolare
la deambulazione. Di conseguenza, si è ottenuto un miglior controllo del tronco e del capo, un migliore allineamento articolare, il rafforzamento delle estremità e la capacità di deambulare autonomamente.

P. Trattamento ortopedico dell’OI

La gestione ortopedica dell’OI inizia letteralmente al momento della diagnosi. Nel bambino si avvale di fratture di allineamento, che servono a ridurre il rischio di deformità, e di barre ossee per diminuire il rischio di fratture e migliorare
i deficit funzionali (200). Secondo l’autore è consigliabile eseguire il blocco intramidollare della colonna in fasi precoci, per diminuire il rischio di fratture. Possono essere utilizzate

 
barre sia espansibili sia inespansibili, in relazione all’età del bambino, delle dimensioni dell’osso e del grado di
osteopenia. Le barre espansibili (Bailey-Dubow) si allungano con la crescita dell’osso, ma si possono associare a complicazioni
quali incurvamento, scivolamento dell’estremità a T dal rivestimento della placca, oppure possono rompersi (201); a volte possono non allungarsi a sufficienza e l’estremità a T può migrare all’interno dell’osso o protrudere (Fig. 10). Nel complesso, le complicazioni si verificano in circa un terzo dei casi, richiedendo un reintervento dopo 5 anni in circa il 20% dei casi (202). Nell’adolescente e nell’adulto le cure ortopediche servono a valutare e a correggere chirurgicamente la scoliosi, a stabilizzare la lassità articolare, eguagliando la lunghezza degli arti, e a correggere le deformità mediante interventi di osteotomia.
La protrusione dell’acetabolo, fonte di dolore cronico e di limitazione articolare, è stata descritta nel 29% dei pazienti con OI di tipo III (204). Protesi articolari dell’anca e del ginocchio hanno dato risultati soddisfacenti in 5 su 6 pazienti con le seguenti complicazioni: osteoartrosi dell’anca e del ginocchio, grave deformazione dell’anca associata ad artrite post-traumatica, frattura dell’acetabolo, mancata saldatura di una frattura subtrocanterica (205). Il posizionamento di barre di Harrington e il bloccaggio per la scoliosi progressiva sono interventi ortopedici di primaria importanza. Il beneficio terapeutico che ne può derivare dipende dalla qualità dell’osso che riceve la protesi, dal grado di scoliosi, dall’età del paziente e dal relativo tasso di crescita.


FIGURA 10 Barre espansibili nel femore e nella tibia. Da notare che la parte distale della barra femorale protrude nell’articolazione; la struttura delle epifisi rimane intatta in presenza di queste barre.

 
   
IV. OSTEOPOROSI NELLE MALATTIE EREDITARIE DEL TESSUTO CONNETTIVO
   
  A. Omocistinuria come causa di osteoporosi nell’adulto
  L’omocistinuria, una delle malattie ereditarie del tessuto connettivo, si associa, nella forma completa, a ritardo mentale, ectopia del cristallino, habitus marfanoide, e vasculopatie trombotiche negli stadi precoci della malattia. In età adolescenziale
i pazienti sviluppano osteoporosi e altre alterazioni ossee, che possono associarsi a fratture vertebrali e delle estremità (4). A livello scheletrico si possono riscontrare altre
manifestazioni quali scoliosi, eccessivo sviluppo delle ossa lunghe e blocco della crescita, incurvamenti e fratture di ossa lunghe, aracnodattilia, allargamento delle ossa carpali,
pectus excavatum e deformazioni a carena dello sterno.
L’omocisteina è un metabolita intermedio della via di transulfurazione che converte la metionina in cisteina e infine a solfato (177). Il riscontro di omocisteina nelle urine può originare da 7 diverse alterazioni genetiche, la più frequente delle quali è riconducibile al deficit dell’enzima cistationina bsintetasi (178), ereditato con modalità autosomica recessiva (208). In questi soggetti un eccesso di omocisteina e di metionina
si accumula a livello plasmatico. Altri difetti di sintesi, simili a quelli che si verificano nel deficit di vitamina B12 (cobalamina), coinvolgono la via retrograda di rimetilazione
dell’omocisteina a metionina (209). Mentre nei deficit di cistationina b-sintetasi si riscontrano elevati livelli plasmatici di metionina, nei deficit della etiltetraidrofolatoomocisteina metiltransferasi i livelli di metionina plasmatici restano nei limiti della norma o si abbassano. Il rapporto tra elevati livelli plasmatici di omocisteina e sviluppo precoce di aterosclerosi è comprensibile, sulla base di molti dati
in letteratura, mentre non è ancora chiaro come l’eccesso di omocisteina conduca a osteopenia.
L’osteoporosi è una delle più frequenti e importanti manifestazioni cliniche dell’omocistinuria: in un gruppo di 26 soggetti, è stata riscontrata in 25 casi (210). In circa il 50% dei pazienti insorge all’inizio della terza decade: i corpi vertebrali diventano rarefatti, si appiattiscono, si allungano in senso antero-posteriore e la faccia posteriore diviene biconcava, come nelle patologie emolitiche (211).
Rimane poco chiaro il significato del rapporto tra alti livelli di omocisteina nel compartimento vascolare e difettosa sintesi di collagene. Il problema non è ancora stato risolto, anche se alcuni studi hanno suggerito che l’omocisteina influenzi, in vitro, l’assemblaggio del collagene, come dimostrato dall’aumentata solubilità e dall’incapacità del collagene cutaneo di formare un gel stabile quando viene riscaldato a 37 °C e successivamente raffreddato (212). L’omocisteina di questi pazienti, a concentrazioni che vanno da 10–4 a 10–5 M, non inibirebbe l’attività della lisil ossidasi e impedirebbe la formazione di fibrille insolubili e di cross-link bifunzionali (207, 208).
Parecchi studi hanno documentato un’associazione tra omocisteinemia lieve e patologie vascolari a insorgenza precoce.
Questi soggetti sono portatori eterozigoti del deficit di cistationina b-sintetasi (213). Non si sa se questi individui abbiano un rischio aumentato di sviluppare osteoporosi.
Il trattamento di pazienti con deficit di cistationina b-sintetasi si avvale della somministrazione di vitamina B6, di un regime dietetico a basso contenuto di metionina e, recentemente, anche di betaina: questa diminuirebbe i livelli plasmatici
di omocisteina aumentandone la metilazione a metionina (208).

B. Sindrome di Marfan
La sindrome di Marfan è una malattia autosomica dominante caratterizzata dalla presenza di deformazioni scheletriche, lesioni cardiovascolari e alterazioni oculari (214). Sono state identificate mutazioni in uno dei due geni (gene FBNI, cromosoma 15) che codificano per la fibrillina, una glicoproteina di 350 kDa, che forma microfibrille che si associano all’elastina e alla matrice extracellulare (29,215). Non è ancora chiaro se l’alterazione connettivale riscontrata nella sindome di Marfan coinvolga anche il tessuto osseo. Recentemente, molti ricercatori hanno segnalato la presenza di osteopenia
(216). Kohlmeier e coll. hanno misurato la densità ossea in 17 donne con sindrome di Marfan, riscontrando un deficit significativo globale, alla porzione prossimale del femore
e al collo del femore dopo correzione per dimensione ossea.
Non veniva riscontrata alcuna relazione tra i livelli di densità ossea e la presenza di scoliosi e non si verificavano fratture spontanee. Allo stesso modo in 14 soggetti con sindrome di Marfan, non è stata osservata alcuna perdita ossea a livello del radio. I livelli di densità ossea nei maschi con sindrome di Marfan rimangono incerti.
Comunque, non in tutte le famiglie affette sono state riscontrate mutazioni della fibrillina, ed è quindi possibile che allo sviluppo della sindrome contribuiscano mutazioni di altre proteine extracellulari. Ne sono stati riportati 3 esempi: Pulkkinen e coll. hanno descritto, in una forma fatale di sindrome di Marfan, un difetto di espressione del gene che codifica per la decorina, un proteoglicano della matrice (218).
Aconferma di questa osservazione, nei fibroblasti di un neonato con sindrome di Marfan è stata dimostrata una secrezione di fibrillina nella matrice extracellulare nettamente inferiore rispetto al normale, mentre il contenuto di mRNA e la sintesi di fibrillina erano normali. Inoltre, mRNA e biosintesi di decorina erano ridotti, così come il deposito di decorina nella matrice extracellulare (219). In un altro caso neonatale è stato riscontrato un deficit cutaneo di laminina e di fibronectina (220). I dati suggerivano che il deficit di fibrillina provocava un deficit secondario della sintesi di decorina, che normalmente è integrata nella molecola di collagene di tipo I. Inoltre, in un soggetto di 30 anni gravemente compromesso (scoliosi lombare progressiva e malattia dell’arco
aortico, senza lussazione del cristallino), è stata descritta una mutazione arginina 618-glutammina nel collagene di tipo I a2(I) (221); questa mutazione è stata riscontrata anche nel padre, affetto da cifosi e da patologia polmonare cronica, ma senza aracnodattilia o ipermobilità articolare.

C. Sindrome di Ehlers-Danlos
e osteoporosi dell’adulto La sindrome di Ehlers-Danlos (EDS) rappresenta un gruppo
eterogeneo di malattie del tessuto connettivo caratterizzate da lassità ed eccessiva estensibilità della cute e delle articolazioni (222).
I diversi fenotipi si differenziano in base al grado di lassità legamentosa e di fragilità cutanea, e in base ad altre caratteristiche che identificano le diverse varianti cliniche. Altre manifestazioni della EDS comprendono lussazioni articolari ricorrenti, fragilità della cute con caratteristiche cicatrici “a carta di sigaretta”, prolasso della tricuspide e della mitrale, cifoscoliosi e fragilità oculare (tipo VI), fragilità dei vasi e della parete di organi cavi, con rischio di rottura delle arterie e dell’intestino (tipo IV). I tipi I, II e III sono ereditati con modalità dominante e si differenziano in termini di lassità legamentosa e di coinvolgimento cutaneo. Molte sindromi, quali il tipo V (deficit di lisil ossidasi), il tipo VII (bassa statura, lussazioni articolari multiple, facies arrotondata), il tipo VIII (periodontite) e il tipo IX (diverticoli vescicali, protuberanza occipitale), presentano peculiarità nella facies e nell’habitus corporeo che aiutano la diagnosi.
In passato questi tipi di EDS erano identificati esclusivamente in base alle caratteristiche cliniche. Comunque, i recenti progressi nella scoperta dei difetti molecolari hanno creato
incertezze nell’attribuire alla sindrome di Ehlers-Danlos determinati fenotipi: questi dubbi saranno certamente risolti con il progredire delle ricerche. Nel 1997 è stata proposta
una classificazione semplificata che suddivide la EDS in 6 gruppi clinici maggiori e che include, ove noto, il difetto genetico su cui si basano (223) (Tab. 3). Questa classificazione raggruppa i tipi I e II nella forma classica; quella precedentemente definita tipo III diventa la forma con ipermobilità, la EDS IV diviene la forma vascolare, la EDS VI viene definita come forma cifoscoliotica, e le vecchie EDS tipo VIIA
e VIIB sono ora raggruppate nella forma con artrocalasia. Alcune EDS poco differenziate sono ora raggruppate in altre forme, in attesa di una loro precisa identificazione biochimica: sono la dermatoparassia (EDS VIIC), la EDS di tipo V Xlinked, la EDS VIII associata a periodontite e la EDS di tipo X o con deficit di fibronectina, associata a ecchimosi. La EDS di tipo IX (sindrome del corno occipitale) e la forma recessiva X-linked, condividono alcune caratteristiche biochimiche con la malattia di Menkes e sono classificate tra i disordini di metabolismo del rame (224).
Il collagene di tipo V, che fa parte del gruppo di collageni fibrillari, è costituito da 3 catene alfa polipeptidiche a1(V), a2(V) e a3(V), prodotti dei geni COL5A1, COL5A2 e
COL5A3, localizzati rispettivamente sui cromosomi 9q, 2q e 19p. Recenti scoperte attribuiscono un legame causale tra le mutazioni che coinvolgono il collagene di tipo V e la EDS di tipo I e di tipo II (225). Studi successivi hanno evidenziato un’eterogeneità sia clinica sia biochimica: la EDS di tipo IV può originare da diversi tipi di mutazione che coinvolgono il collagene di tipo III (226). Per la maggior parte si tratta di mutazioni puntiformi che coinvolgono sostituzioni di glicina con arginina, serina, valina, acido aspartico o glutammico, ma sono state descritte anche delezioni di piccoli geni o
di esoni multipli e mutazioni a salto di esoni.
Nelle prime descrizioni della EDS VI, era segnalato che nel collagene cutaneo e tendineo il contenuto di idrossilisina ammontava a meno di un residuo ogni 1000 aminoacidi,
in contrasto con i 4 residui riscontrati nei tessuti di controllo.
Il contenuto di idrossilisina era leggermente ridotto nell’osso, mentre risultava normale a livello cartilagineo. In seguito, sono state dimostrate nei fibroblasti di questi pazienti
livelli sia normali sia ridotti di attività dell’enzima lisil idrossilasi (229).
 

TABELLA 3 Sindromi di Ehlers-Danlos
Tipo Precedente classificazione
Modalità di trasmissione
Forma classica Tipo gravis, EDS di tipo I
AD
  Tipo mitis, EDS di tipo II
AD
   
Tipo ipermobile EDS ipermobile di tipo III
AD
   
Tipo cifoscoliotico Tipo oculo-scoliotico (EDS VI)
AD
     
Tipo artrocalasico Artrocalasia congenita multipla
AD
 
(EDS di tipo VIIA e VIIB)
 
     
Tipo dermatoparassia Dermatoparassia umana
AR
  (EDS tipo VIIC)  
     
Altre forme X-linked (EDS di tipo IX)
Tipo periodontico (EDS tipo VIII)
Forma con deficit di fibronectina
(EDS di tipo X)
 
     
  EDS progeroide
?
  Forme aspecifiche
?
     
  Il gruppo di malattie classificate come EDS VIIA e VIIB origina da mutazioni che coinvolgono il sito di clivaggio Nterminale della catena alfa del pro-peptide (227). La EDS di tipo VIIC, omologa alla dermatoparassia delle pecore e del bestiame, origina da un difetto dell’enzima di conversione procollagene N-peptidasi (228).
La malattia precedentemente classificata come EDS IX è una rara forma X-linked caratterizzata da displasie scheletriche, tipiche protuberanze o “corni” occipitali che si rendono evidenti nell’adolescenza, diarrea legata ad aumentata motilità intestinale, e uropatie ostruttive dovute a diverticoli vescicali, che si sviluppano nella prima decade. È una variante allelica della malattia di Menkes e, insieme alla malattia di Wilson, rappresenta uno dei tre disordini ereditari del metabolismo del rame. In questi pazienti i livelli intracellulari di rame sono aumentati a causa del difettoso trasporto; il meccanismo sottostante potrebbe essere, come nella sindrome di Menkes, un difetto del gene per l’ATPasi di trasporto (230).
I pazienti con sindrome di Ehler-Danlos possono avere patologie vertebrali, comprese deformazioni a cuneo e spondilolistesi.
Ci sono pochi dati sulla densità ossea nei vari fenotipi di Ehler-Danlos. Comunque, Coelho e coll. recentemente hanno misurato la densità ossea in 4 pazienti con EDS
di tipo I di età compresa tra 16 e 25 anni (231). La densità ossea alla colonna lombare era inferiore di una DS alla media per età e per sesso (231), mentre al collo del femore risultava normale. Nella diagnosi differenziale dell’osteoporosi nell’adulto, la possibilità di una forma lieve di EDS va presa in considerazione di fronte a un soggetto relativamente
giovane, in cui l’osteoporosi idiopatica si associ a una modesta lassità legamentosa. La soluzione del problema può richiedere un’analisi genetica per la ricerca di specifiche mutazioni del collagene.
   
  D. Osteoporosi idiopatica giovanile
  L’osteoporosi idiopatica giovanile (OIG) è discussa in questo paragrafo perché va presa in considerazione, insieme alle forme lievi di OI, nella diagnosi differenziale delle osteopenie idiopatiche dell’adolescente e del giovane adulto. L’osteoporosi idiopatica giovanile è una malattia rara e autolimitante di bambini e adolescenti, caratterizzata dall’insorgenza di osteoporosi potenzialmente reversibile che solitamente si rende manifesta in epoca pre-puberale. Norman ha segnalato circa 60 casi in letteratura tra il 1939 e il 1991 (232), senza differenze di distribuzione tra i due sessi. Nonostante le
somiglianze cliniche con la OI di tipo I, la OIG se ne distingue per l’assenza di familiarità e la mancata associazione con manifestazioni quali sclere blu, dentinogenesi imperfecta, o bassa statura; alcuni pazienti possono avere una deformazione del torace a carena.
La malattia generalmente esordisce 2-3 anni prima della pubertà, anche se l’età d’esordio può oscillare tra i 3 e i 16 anni (233). Solitamente il decorso è di 2-4 anni. I bambini lamentano un dolore a esordio graduale a livello lombare, al ginocchio, all’anca. Possono verificarsi fratture da schiacciamento, a cuneo, a livello del rachide, con comparsa di cifoscoliosi, oppure fratture a livello del ginocchio e delle anche.
Anche se la depauperazione ossea può arrestarsi e la rimineralizzazione può riprendere, nei casi lievi residuano bassa statura e lieve cifosi, mentre nei casi più gravi la OIG può
provocare importanti deformazioni agli arti e insufficienza respiratoria legata alla cifoscoliosi e al collasso della gabbia toracica (234).
Nella OIG gli esami ematochimici risultano normali. Il bilancio di calcio può essere negativo in periodi di rapida perdita ossea. L’escrezione urinaria di calcio può risultare normale o aumentata e l’escrezione urinaria di idrossiprolina può essere aumentata (235). Il problema del metabolismo osseo nella OIG resta poco chiaro; le biopsie ossee hanno mostrato segni sia di aumentato (236) sia di normale riassorbimento, associato a diminuita formazione (237). Utilizzando una doppia marcatura con tetracicline, Evans ha descritto una normale formazione di osso endostale mediante istomorfometria in un ragazzo dodicenne con malattia grave (238). È verosimile che le misurazioni di turnover osseo differiscano a seconda della sede di biopsia, dell’età, dello stato puberale
e dello stadio di evoluzione della malattia.
Gli esami radiologici rilevano un’osteopenia generalizzata associata a un appiattimento in altezza dei somi vertebrali legata alle fratture a cuneo, oppure corpi vertebrali malformati per il collasso delle limitanti somatiche (239). Le ossa lunghe sono osteopeniche e si può evidenziare, durante il picco di crescita puberale, osteoporosi nell’osso neoformato (osteoporosi neoossea). Le rarefazioni lineari a livello delle
metafisi costituiscono una chiave per la diagnosi: sono conseguenza di fratture da schiacciamento che si verificano all’estremità in crescita delle ossa portanti (9). Queste fratture si osservano tipicamente alla porzione distale della tibia, adiacenti all’articolazione tibio-tarsica, oppure adiacenti all’articolazione dell’anca e del ginocchio.
Pocock e coll. hanno osservato che i fibroblasti del derma di 2 fratelli con OIG secernevano collagene di tipo I in quantità ridotta, un difetto simile a quello che si riscontra nella OI di tipo I (240). Comunque, linee cellulari di fibroblasti di altri pazienti con questa malattia secernevano una quantità di collagene di tipo I dal 57 al 155% di quella attesa. Inoltre, è stata descritta in gemelli con osteoporosi giovanile una
mutazione della catena a2(I) (gly436-arg) (241). Un case report indica che la terapia con bisfosfonati può essere di beneficio in questa malattia (242).
E. Osteoporosi idiopatica (dell’adulto) Con l’aumentata disponibilità di tecniche di misurazione della densità ossea, si possono ottenere precise valutazioni della massa ossea in pazienti in cui si sospetti un’osteopenia, sulla base di radiografie di routine o di fratture provocate da traumi banali. Questo ha portato al riconoscimento di un gruppo di adulti giovani o di mezza età, sia uomini sia donne, con una significativa osteopenia. Dal momento che gli accertamenti clinici e di laboratorio non portano a scoprirne la causa, in questi casi si può ipotizzare una forma lieve di Osteogenesi Imperfecta.
Adifferenza dell’OI, questi individui non hanno sclere blu, dentinogenesi imperfecta, sordità e bassa statura. Comunque, il fenotipo dell’osteoporosi idiopatica comprende una lieve lassità legamentosa e una lieve scoliosi. Un’anamnesi familiare positiva per osteoporosi si riscontra sia nei pazienti con OI sia in quelli con osteoporosi idiopatica. Spotila e coll. (243) hanno analizzato i geni COLIA1 e COLIA2 in 26 pazienti con questo fenotipo e hanno scoperto in 3 soggetti una mutazione che porta alla modificazione di un aminoacido codificato nella catena pro-a1 o nella pro-a2. In ogni caso, il ruolo di queste mutazioni nel determinare l’osteopenia è considerato incerto (243). L’autore ha osservato che l’osteoporosi idiopatica nel giovane adulto è stata anche associata a un
polimorfismo del sito di trascrizione Sp1 del gene COLIA1, ma anche in questo caso il significato di tale riscontro non è chiaro. In molti uomini, al di sotto dei 50 anni, con osteoporosi idiopatica sono stati riscontrati bassi livelli plasmatici di IGF-I (244). Il valore di tale riscontro tuttavia è dubbio, poiché in tali soggetti l’asse del GH sembra indenne e i livelli plasmatici di IGF-I possono riflettere un’alterazione
di molti altri processi metabolici.
Il trattamento efficace dell’osteoporosi idiopatica resta da definire. È consigliabile un adeguato apporto di calcio e, nei casi con accelerato turnover osseo, può essere utile
la calcitonina. Un elevato turnover osseo è stato osservato in un gruppo di pazienti norvegesi con osteoporosi idiopatica (245), ma è improbabile che questo sia un dato di comune riscontro, vista l’eterogeneità di questa patologia. Anche se la terapia con bisfosfonati può essere utile nel ritardare la perdita ossea, dati preliminari indicherebbero che alcuni pazienti non rispondono a questi farmaci. In questo
gruppo di pazienti non è stato provato il ruolo terapeutico di supplementi di vitamina D.


V. OSTEOPOROSI NELLE MALATTIE EMATOLOGICHE EREDITARIE

Le malattie ematologiche possono associarsi a osteoporosi, probabilmente in conseguenza dell’elevato turnover osseo associato. La produzione locale di citochine osteopenizzanti (IL-1, IL-4, IL-6, fattore di necrosi tumorale, prostaglandine)
giocherebbe un ruolo nel facilitare il riassorbimento osseo. Nei soggetti omozigoti con grave anemia a cellule falciformi o con talassemia major la distinzione di queste patologie dall’osteoporosi idiopatica non risulta difficile, mentre può esserlo nei casi di malattia ematologica ereditaria in forma lieve come la talassemia minor o l’anemia perniciosa lieve.

A. Osteoporosi dell’adulto associata a disordini talassemici
La talassemia major, una malattia ereditaria legata all’incapacità di sintetizzare la catena b dell’emoglobina adulta, si associa a una grave anemia e a una serie di alterazioni scheletriche (206, 246, 247). Gli spazi midollari delle ossa tubulari di mani e piedi sono dilatati, e le ossa del cranio sono ispessite con dilatazione della diploe. C’è un’osteoporosi diffusa con espansione degli spazi midollari e assottigliamento della corticale ossea. L’osteoporosi tende a essere più grave nei maschi.
La maturazione scheletrica è ritardata. Queste alterazioni sono legate all’iperattività del midollo eritroide; i pazienti con talassemia major possono non raggiungere la pubertà e l’ipogonadismo contribuisce così alla perdita ossea (248).
I soggetti con tratto b-talassemico hanno invece un’anemia lieve, asintomatica. In questi individui il riscontro di osteoporosi, in assenza di altre cause metaboliche, può far nascere il sospetto di Osteogenesi Imperfecta. Greep e coll. hanno descritto una donna di 53 anni in epoca post-menopausa con talassemia minor e con osteoporosi del rachide, e valori di densità ossea particolarmente bassi, più di 3 DS al di sotto del valore normale (249). Gli studi istomorfometrici hanno evidenziato un alto tasso di rimaneggiamento osseo. Undici altri soggetti con talassemia minor avevano uno Z-score medio di –0,78 alla colonna lombare e di –0,54 all’anca.
Non c’era correlazione tra densità ossea e gravità dell’anemia emolitica o livelli di emoglobina A2. Il deficit era più grave a livello assiale rispetto alle estremità, forse per aumentato turnover dell’osso trabecolare presente a livello vertebrale.
Risultati opposti sono stati riscontrati nello studio di Kalef-Ezra et al, in cui la densità ossea è stata esaminata in 22 donne in premenopausa e in 21 maschi con talassemia minor: i marcatori sia sierici sia urinari di turnover osseo e le misurazioni di densità ossea risultavano sovrapponibili ai controlli (250). Questa divergenza di risultati può dipendere dalle diverse popolazioni studiate, dalla loro età e dallo stato menopausale.
In attesa di ulteriori studi, si può concludere che è possibile che la talassemia minor, un tratto genetico piuttosto comune, si manifesti nell’adulto con osteoporosi.

B. Osteoporosi associata ad anemia perniciosa
Come già discusso (omocistinuria e osteoporosi), il deficit di vitamina B12 si associa a omocisteinemia e osteoporosi.
L’anemia perniciosa congenita, che origina da un difetto di secrezione del fattore intrinseco, solitamente è riconosciuta in età precoci, ma in alcuni pazienti viene diagnosticata nell’adolescenza o nell’età adulta. Recentemente l’anemia perniciosa
è stata riconosciuta tra le cause di frattura e di osteoporosi.
In un gruppo di donne post-menopausa studiate alla Mayo Clinic, si è riscontrato che l’anemia perniciosa era associata a una ridotta densità ossea della colonna e a fratture
vertebrali (251). Tra il 1950 e il 1979 è stato condotto uno studio di popolazione sui residenti di Rochester (Minnesota), con diagnosi di anemia perniciosa. I soggetti con anemia perniciosa avevano un’aumentata incidenza di fratture prossimali del femore (1,9 volte), di fratture vertebrali (1,8 volte) e di fratture distali dell’avambraccio (2,6 volte). Questo aumentato rischio di fratture non sembra essere collegato alle
complicanze neurologiche dell’anemia. Melton e coll. hanno descritto e osservato, per un periodo di 2 anni, una donna di 68 anni con anemia perniciosa e fratture da compressione multiple legate a osteoporosi. In questa paziente è stato osservato un “drammatico” aumento della densità ossea alla colonna e all’anca (aumento di densità ossea del 79% nella regione del collo del femore) in seguito al trattamento con
vitamina B12 e cicli di etidronato (252). Tale risposta alla terapia con bisfosfonati, che sono inibitori del riassorbimento operato dagli osteoclasti, permette di ipotizzare che alla base di questa sindrome ematologica vi sia un accelerato turnover osseo. Carmel e coll. hanno proposto l’esistenza di una relazione diretta tra vitamina B12 e funzione degli osteoblasti, in seguito al riscontro, in soggetti con deficit di vitamina B12, di bassi livelli plasmatici di osteocalcina e di fosfatasi alcalina osseo-specifica (253). Il supplemento di vitamina B12 riportava entro normali livelli plasmatici questo marcatore dell’attività osteoblastica. È stato dimostrato che la vitamina B12 aumenta la proliferazione e la secrezione di fosfatasi alcalina dai precursori midollari delle cellule osteocitarie
(254). Non sembra esserci alcuna relazione tra acloridria e perdita ossea legata al malassorbimento di calcio (255).


VI. OSTEOPOROSI NELLE EPATOPATIE EREDITARIE

A. Emocromatosi
L’emocromatosi si caratterizza per la presenza di un eccesso di ferro in vari tessuti tra cui il fegato, il pancreas, le paratiroidi e i testicoli. L’osteoporosi è una complicanza nota
dell’emocromatosi, essendo stata riscontrata nel 15-66% dei pazienti. Anche se solitamente si rende evidente nelle fasi tardive della malattia, può accadere che una frattura da osteoporosi costituisca la prima manifestazione clinica dell’emocromatosi
(256).
Non è ancora chiaro se la causa principale di perdita ossea sia da ascriversi a una tossicità da eccesso di ferro, all’ipogonadismo, all’epatopatia o ad altri fattori. Sono stati studiati 22 uomini con emocromatosi idiopatica mediante esami ematochimici, radiografia della colonna, mineralometria e istomorfometria ossea (257); in 10 è stata riscontrata osteoporosi con riduzione di volume dell’osso trabecolare, senza
osteomalacia. I soggetti con normale funzionalità gonadica sottoposti a salassoterapia avevano una maggiore superficie osteoide e osteoblastica rispetto ai maschi non trattati. Soggetti di sesso maschile con ipogonadismo e bassi livelli plasmatici
di testosterone libero avevano un deficit di massa ossea più grave, ma questi soggetti tendevano ad avere anche una più grave epatopatia da eccesso di ferro. Comunque, l’entità del sovraccarico di ferro epatico non era correlata con il grado di osteoporosi. Quindi, sia l’epatopatia, sia l’eccesso di ferro, sia l’ipogonadismo sono responsabili dell’osteopenia riscontrata nell’emocromatosi idiopatica.

B. Degenerazione epatolenticolare (malattia di Wilson)
Il rame è un cofattore essenziale della lisil ossidasi, che serve a formare legami stabili tra le molecole di collagene.
Patologie scheletriche e del tessuto connettivo si verificano sia nella malattia di Menkes sia nella sindrome del corno occipitale, malattie derivanti da un difettoso trasporto intestinale di rame secondario a mutazioni della ATPasi di tipo P, e che comportano un eccessivo accumulo di rame nelle cellule intestinali unitamente a un ridotto apporto epatico (258).
In questi casi si verifica osteoporosi, ma il ruolo del deficit di rame nel determinarla, nonostante numerosi studi, non è ancora stato chiarito (259).
La degenerazione epatolenticolare è caratterizzata dalla presenza di bassi livelli plasmatici di ceruloplasmina, franca ipocupremia, aumentati livelli plasmatici di rame libero e aumentata escrezione urinaria di rame. Nel 79% dei soggetti affetti è stata riscontrata osteoporosi (260); in alcuni casi è stata descritta anche osteomalacia. Pur essendo nota da molti anni la perdita di massa ossea nella malattia di Wilson,
non se ne conoscono i meccanismi alla base (261, 262).
Comunque, il supplemento dietetico di rame per 6 settimane nell’adulto sano non ha modificato i marcatori biochimici dell’osso (263).