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associazioni
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La Malattia Ossea di Paget
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Umberto Serni
Primario Divisione di Reumatologia
IOT - ASL Firenze
Da una lesione localizzata dello scheletro
che dava luogo a deformità dell'osso colpito [
] determinata
verosimilmente da un processo infiammatorio cronico".
Così nel 1877 Sir James Paget (1814-1899), ormai famoso anatomo-patologo
e chirurgo personale della Regina Vittoria e del Principe di Galles,
sintetizzava cinquant'anni di
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Caratteristiche
cliniche differenziative del dolore pagetico e del dolore artrosico
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osservazioni
cliniche, al tavolo operatorio ed autoptico, eseguite in collaborazione
con Sir Henry Butlin e culminate, l'anno precedente, con una relazione
alla Royal Medical and Chirurgical Society.
Non era nuovo, Sir James, a scoperte clamorose che testimoniano del
suo acume di genio della medicina: aveva iniziato ancora studente
riconoscendo nei muscoli le lesioni cistiche del nematelminta identificato
successivamente come Trichinella Spiralis, per poi descrivere le lesioni
caratteristiche della Malattia di Paget della mammella, la sindrome
di Paget e von Schrotter, le lesioni metastatiche all'ovaio che si
sarebbero chiamate poi S. di Krukemberg e moltissime altre entità
nosologiche.
Tuttavia nella malattia di Paget ossea (P.O.), Sir James, oltre ad
una accurata descrizione clinica, ipotizzò, sulla base dei
soli reperti anatomopatologici, una patogenesi infiammatoria su base
infettiva, suggerendo per la malattia il nome di Osteite Deformante.
Da allora sono state prospettate innumerevoli possibili ipotesietiologiche:
endocrine, traumatiche, metaboliche, per ritornare finalmente, (per
la presenza di inclusi ultrastrutturali di apparenza tubulare nelle
cellule osteoclastiche, liberi nel citoplasma e disposti a fascetti
nel nucleo), a quella infettiva virale. Quest'aspetto è infatti
analogo a quello riscontrato nelle celle in coltura nel caso di infezione
dovuta ai paramixovirus o al virus respiratorio sinciziale. Sussistono
divergenze nei reports, per quanto riguarda la positività a
singoli virus, tuttavia l'orientamento generale è per un retrovirus
che infetti soggetti predisposti in età giovanile e determini
la lesione a distanza di oltre vent'anni.
La frequenza della malattia presenta variazioni geografiche, con un
massimo di frequenza in Inghilterra (4.6%), un minimo in Svezia (0.4%)
mentre è pressoché assente in oriente e fra i neri.
In Italia è intorno al 2% e si caratterizza ovunque per aggregazione
familiare.
In una ricerca epidemiologica, Sofaer indica una positività
del 13.8% di 2 o più casi nella famiglia, contro una prevalenza
nella popolazione del 2-3%.
Non abbiamo dati ancora in grado di spiegare la particolare frequenza
familiare: dopo le prime segnalazioni degli anni '70 e '80 infatti,
non sono state confermate associazioni HLA-dipendenti mentre sono
stati descritti, a sostegno della tesi puramente infettiva, numerosi
casi in conviventi. D'altra parte, come anche nella nostra casistica,
la malattia si manifesta spesso in familiari non coabitanti, per cui
esiste certamente una facilitazione legata all'aplotipo. Non sono
stati trovati dati a favore di una significatività nel contatto
abituale con animali (veniva prospettata in passato anche una eziologia
da virus del cimurro canino).
Non è, come si è visto, una malattia rara e la frequenza
è più elevata nel sesso maschile (3:2). Si manifesta
generalmente in età presenile o senile e la sua incidenza aumenta
fortemente con l'età.
La sua prevalenza è certamente sottostimata, in quanto molti
casi, per lo più monostotici e paucisintomatici -non dimentichiamo
che l'età dei pazienti fa ascrivere erroneamente i sintomi
muscolo-scheletrici ad una generica "artrosi", non vengono
diagnosticati.La nostra casistica,
composta da 187 casi osservati nelle Divisioni di Reumatologia ed
Ortopedia dell'Istituto Ortopedico Toscano dal 1980 al 1987 compreso,
riporta oltre il 50% di casi asintomatici, scoperti, o per una RX
eseguita per altre cause o per valori elevati di fosfatasi alcalina
(ALP), non altrimenti giustificabili. |
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Sintomatologia
Il sintomo prevalente è il "dolore osseo", che
può manifestarsi sia in maniera specifica, come un dolore
profondo, sordo, mal definito, per lo più urente e presente
come sintomatologia algica legata alla notte, sia legata alla deformità
indotta nell'articolazione dalla malattia con il classico dolore
da artrosi secondaria, sia come dolore da carico, specie nelle ossa
lunghe degli arti inferiori, da porre in diagnosi differenziale
con l'osteomalacia (Tab.1). Altro segno caratteristico è
la "deformità" dovuta al rimaneggiamento scheletrico,
con tibia a sciabola o con aumento di volume del cranio o con cifoscoliosi
e/o platibasilia nell'impegno vertebrale.
Alle alterazioni craniche e vertebrali si può associare una
sintomatologia di origine neurologica, con cefalea o nevralgie periferiche
(Tab.2), diplopia per deformazione orbitaria e sordità per
compressione del n. acustico o per coinvolgimento della catena degli
ossicini. Si dice che questa fosse l'origine della sordità
di Beethoven anche se l'autopsia eseguita da Rokitansky risultò
scarsamente indicativa.
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Complicanze
L'osso pagetico può andare più frequentemente incotro
a fratture. L' incidenza di questa complicanza varia molto nella
letteratura in relazione al reparto dove avviene l'osservazione.
Nella nostra casistica, ad esempio, era alta nei casi di provenienza
ortopedica mentre soltanto sporadica nei casi reumatologici. Più
colpite risultano le ossa lunghe, in particolare femore e tibia.
La guarigione avviene con callo abbondante e tessuto pagetico esuberante.
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La trasformazione in sarcoma,
descritta sempre da Sir James Paget, avviene intorno allo 0.2% dei
casi (fattore di rischio 40 rispetto alla popolazione normale) e va
sospettata quando all'esame radiologico diretto sono presenti interruzioni
della corticale con apparente frammentazione, formazione di spicule
ed "effetto massa" (un aspetto cotonoso che circonda la
zona), da porre in diagnosi differenziale con il quadro del tumore
gigantocellulare. |
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L'impegno della malattia
è prevalentemente poliostotico (64.5% nella nostra
casistica) e le sedi più colpite sono nell'ordine il bacino,
il rachide, il cranio, il femore, la tibia, l'omero e con minor frequenza
tutte le altre sedi. La malattia rimane generalmente confinata all'osso
colpito e non si estende nel tempo alle ossa contigue, a meno che
non si verifichi una frattura o un intervento chirurgico che comporti,
come nel ginocchio, una artrodesi. L'osso pagetico sopporta agevolmente
una protesi (anca. ginocchio) e la permanenza della protesi in situ
è stata drammaticamente migliorata negli ultimi anni con l'impiego
dei bis-fosfonati.
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Diagnosi
La diagnosi, che come si è detto avviene in oltre il 50%
dei casi in seguito a reperto casuale radiologico o di laboratorio
in pazienti asintomatici (Tab. 4), si basa fondamentalmente sul
quadro radiografico e sulla scintigrafia ossea. La radiologia tradizionale
è diagnostica nella grande maggioranza dei casi tuttavia
trova i suoi limiti nel non riconoscere le fasi inizialissime della
malattia e nel non poter determinare il grado di attività
di questa: è quindi specifica ma presenta ridotta sensibilità.
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La scintigrafia, che viene eseguita generalmente con 99Tc-Metilendifosfonato
o talvolta con Na18F, è sensibile in quanto correla con l'attività
di malattia, cioè con il grado dei parametri di rimodellamento
osseo, ma non specifica, poiché è positiva in tutte
le cause di rimaneggiamento scheletrico. L'intensità della
captazione è proporzionale all'entità del rimodellamento
e disegna l'estensione dell'area colpita. L'impiego della scintigrafia
è quindi essenzialmente indirizzato a "riconoscere"
le eventuali altre localizzazioni della malattia. Le due metodiche,
descritte concordanti in circa l'80%, non "vedono" gli
stessi fenomeni (Tab.5).
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Il quadro radiologico varia in funzione della fase e della localizzazione
della malattia. Si descrivono aspetti osteolitici isolati, tipici
delle fasi iniziali, (la c.d. "osteoporosis circumscripta")
e della localizzazione alla volta cranica, ma presente anche nelle
ossa lunghe, con aree circoscritte di radiolucenza, aspetti osteoblastici
alternati ad aree litiche con un conseguente quadro marezzato di
radioaddensamento e radiolucenza quali quelli presenti nel cranio
in fasi successive e
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caratteristiche del bacino e delle ossa lunghe nella fase di stato.
Possono anche essere presenti aspetti fibrotici e sclerotici, sebbene
questi siano meno frequenti e descritti prevalentemente nelle fasi
di inattività.
Le caratteristiche generali sono: l'ispessimento della corticale
con la perdita di differenziazione cortico-trabecolare, l'alternarsi
di aree addensate e litiche, con sostanziale esuberanza di crescita
della fase produttiva fino a formare quasi una "caricatura"
dell'osso interessato. Il passaggio è comunque sfumato fra
tutti questi aspetti, che hanno rilevanza per lo più didattica
(Tab.6).
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I dati di laboratorio che, come
abbiamo visto, possono costituire il campanello di allarme che instrada
verso la diagnosi, sono aspecifici, ma estremamente utili sopratutto
per il monitoraggio della risposta alla terapia.
I livelli di calcio e fosforo sono normali, mentre sono fortemente
elevati i markers del rimodellamento osseo legati sia alla "neoformazione"
che al "riassorbimento". Fra i primi spiccano i livelli
di ALP sia totale che, in particolare, dell'isoenzima osseo, mentre
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l'osteocalcina non
correla con l'attività di malattia. Fra gli indici di riassorbimento
sono elevati i livelli di idrossiprolina, e più ancora la desossipiridinolina
e i telopeptidi del collagene tipo I: vengono particolarmente evidenziati
nel rapporto con l'escrezione della creatinina, nell'urina "spot"
raccolta nelle due ore al mattino a digiuno .
In un numero molto ridotto di casi la diagnosi rimane incerta e si
rende necessaria la biopsia ossea: questa mostra un tessuto fortemente
vascolarizzato con una vivace neo-angiogenesi che spiega la grande
perfusione di sangue nelle lesioni pagetiche, che, in casi di esteso
impegno scheletrico -superiore al 15%- può determinare ipertrofia
cardiaca con compromissione delle sierose cardiache fino all'insufficienza.
Aumenta il numero di osteoclasti, che appaiono più voluminosi
e con un maggior numero di nuclei (Tab.7), fortemente adesi alla superficie
con uno sviluppatissimo orlo a spazzola, un aumento delle lacune di
Howship e un aumento dell'area totale di riassorbimento, quadro che
correla perfettamente con l'aumento dei markers di riassorbimento.
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Quadro istologico di osso pagetico
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Nel Paget il coupling riassorbimento
/ formazione è tuttavia perfettamente mantenuto per cui si
evidenziano aumenti nelle superfici di formazione con incremento delle
aree osteoidi doppie del normale. Questo eccesso di collagene però
viene prodotto, disposto e mineralizzato in maniera disordinata (woven
bone) fino a costituire il tipico mosaico riconoscibile in luce polarizzata.
A differenza dell'osteomalacia, vi è una rapida mineralizzazione
con un tasso di calcificazione doppio del normale, tuttavia sempre
disordinata e contenente al suo interno aree di tessuto osteoide.
Tutto questo rende ragione del forte incremento dei markers di neoformazione.
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Quanto esposto sulla fisiopatologia dell'osso pagetico costituisce
il razionale per la terapia. Premesso infatti che non esiste una
terapia etiologica in grado di eliminare la noxa iniziale del Paget
e quindi di "guarire" la malattia, lo scopo della terapia
è teso a modificarne favorevolmente il decorso, con la remissione
della sintomatologia e la normalizzazione dei parametri di laboratorio,
evitandone le complicanze, con il rilevante risultato di permettere
una normale qualità di vita ai pazienti colpiti.
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Un primo dato che
viene dalla letteratura è la riconosciuta inutilità
sul decorso della malattia di farmaci quali corticosteroidi, floruri,
calcio e vitamina D, tiazidici, antiinfiammatori non steroidei. I
farmaci che presentano un razionale di impiego sono i bisfosfonati,
la calcitonina, la plicamicina (Mithramicin) e il gallio. Fra questi
solo la calcitonina e i bisfosfonati hanno caratteristiche di praticità
e larghezza di impiego con ridotti effetti collaterali e in pratica
solo i bisfosfonati di seconda e terza generazione rispondono agli
scopi terapeutici sovraesposti come appare dai dati di confronto .
La somministrazione di questa determina il distacco degli osteoclasti
dalle superfici di riassorbimento e successivamente la loro riduzione
di numero e talvolta la scomparsa.
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In questo esiste una netta variazione di effetti fra i diversi
composti: dopo l'uso di alendronato si assiste alla scomparsa degli
osteoclasti sia dalle lacune che dal midollo, mentre con il pamidronato
si continuano a vedere cellule giganti sia pur staccate dalle aree
di riassorbimento (Kanis, 1991). Con entrambe le molecole si ha
una riduzione del numero totale degli osteoblasti: inoltre tutti
gli aminobisfosfonati e il clodronato riducono sia la velocità
di mineralizzazione sia la quantità di osteoide con il risultato
che gli osteoblasti non producono più grandi quantità
di osso disorganizzato (woven bone) ma quantità minori di
osso normale lamellare. Con tutti questi composti non si hanno,
neppure a dosi elevate, alterazioni della mineralizzazione (McCloskey
e coll, 1987) che si osservano invece con
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l'etidronato, che deve quindi esser utilizzato solo in seconda
istanza nelle forme prevalentemente osteolitiche.
Clodronato, pamidronato, alendronato, aminoesanobisfosfonato e dimetilaminopropanobisfosfonato
migliorano la sintomatologia dolorosa nell'80-100% dei pazienti
indipendentemente dalla dose e dalla via di somministrazione (vedi
review di Palummeri e coll. 1994).
Il maggior vantaggio nell'uso dei bis-fosfonati è legato
alla durata della remissione e alla capacità di riprodurre
gli stessi risultati o addirittura migliori, nei cicli successivi
(assenza di tachifilassi).
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Con il clodronato ev per 5 giorni, si ottengono remissioni per
oltre 6 mesi ed i risultati ottenuti con il pamidronato sono anche
superiori, con remissione completa nel 90% dei pazienti, mentre
con il tiludronato la percentuale di normalizzazione è inferiore
a quella ottenuta con il clodronato e con gli amino-bisfosfonati.
Il clodronato somministrato per os alla dose di 1600 mg/die per
6 mesi ha determinato nel 50% dei pazienti valori normali dei markers
di turnover scheletrico dopo un anno dalla fine del trattamento
e in alcuni studi dopo 3 anni. Con alendronato la soppressione della
malattia sembra più protratta: dopo 21 mesi solo 2 pazienti
su 10 presentavano una ALP superiore al 25%.
L'indicazione del trattamento è data, nei pazienti asintomatici,
dalla presenza di marcate alterazioni dei markers di rimodellamento,
mentre nei pazienti sintomatici, tantopiù se con complicazioni,
il trattamento è comunque obbligatorio. (Tab.8 tratta da
Palummeri e coll 1994) .
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Indicazioni al trattamento
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Per
quanto riguarda il periodo di sospensione dal trattamento questo dovrà
essere valutato caso per caso, e, come si è detto, monitorizzato
con il controllo della sintomatologia e dei livelli dei markers di
metabolismo osseo.
Infine una aspetto non secondario è quello finanziario, sia
che il costo venga sostenuto dal singolo paziente che dalla collettività:
nell'ambito della prescrizione dei bisfosfonati va considerato attentamente
il rapporto costo/risultato, dando la preferenza non al composto più
attivo ma a quello che abbia il miglior coefficiente costo/benefici.
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Schemi terapeutici e costo per ciclo dei principali
bisfosfonati
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