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Claudio Marcocci - Edda Vignali
Dipartimento Endocrinologia
Università di Pisa
Le
principali indicazioni all'impiego terapeutico dei bisfosfonati
in oncologia sono rappresentate dall'ipercalcemia neoplastica e
dall'osteolisi tumorale. Per poter meglio comprenderne l'uso sarà
dapprima necessario rivedere alcuni aspetti relativi alla patogenesi
dell'interessamento scheletrico neoplastico e della osteolisi tumorale.
Patogesi dell'ipercalcemia
L'ipercalcemia è una complicanza
non rara di alcune neoplasie maligne, quali il carcinoma mammario,
il mieloma multiplo, il carcinoma del polmone, il linfoma e più
raramente il carcinoma del rene e della prostata. La frequenza di
ipercalcemia varia a seconda del tipo di neoplasia e può
essere pari a un terzo dei pazienti affetti da carcinoma della mammella.
La patogenesi dell'ipercalcemia è complessa ed i principali
meccanismi che
possono anche coesistere nello stesso paziente, sono illustrati
nella tabella 1.
Principali meccanismi patogenetici
dell'ipercalcemia
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a) Una aumentata distruzione
dell'osso, che può derivare da un interessamento sia localizzato
che generalizzato dello scheletro, determina un aumento del rilascio
di calcio dall'osso e conseguentemente un aumento del flusso di
calcio nello spazio extracellulare.
Questo sembra essere il principale meccanismo responsabile dell'ipercalcemia
nei pazienti con osteolisi o con malattie tumorali nel sangue, quali
il mieloma e i linfomi.
b) Un aumentato riassorbimento tubulare di calcio: può essere
causato dalla produzione da parte delle cellule neoplastiche di
fattori ad attività PTH-simile (PTH-related peptide, PTH-rP).
Questo peptide ha una sequenza aminoacidica che rassomiglia all'estremità
amino-terminale del PTH e agisce attraverso lo stesso recettore
dell'ormone. Il meccanismo renale dell'ipercalcemia è tipico
dei tumori solidi, quali il carcinoma a cellule squamose del polmone
e di altri organi. In alcuni tumori solidi caratterizzati dalla
presenza di metastasi
ossee ambedue i meccanismi, osseo e renale, possono coesistere.
c) La malattia tumorale può essere accompagnata da disidratazione
di vario grado. La deplezione volumetrica induce ipercalcemia con
vari meccanismi: emoconcentrazione, aumentato riassorbimento tubulare
prossimale di calcio, ridotta escrezione urinaria di calcio (per
diminuzione del filtrato glomerulare). Quindi una adeguata reidratazione
dovrebbe essere il primo provvedimento terapeutico nei pazienti
con ipercalcemia e può essere spesso sufficiente a ridurre
in modo soddisfacente la calcemia, senza dover ricorrere ad altre
terapie.
d) Meno frequentemente l'ipercalcemia può essere causata
da un aumentato assorbimento intestinale di calcio determinato dalla
produzione da parte del tunore di 1.25(OH)2D, come avviene in alcuni
linfomi. Infine una ridotta formazione ossea, come avviene nel mieloma,
può contribuire all'ipercalcemia per un ridotto flusso di
calcio dallo spazio extracellulare all'osso.
Quando l'ipercalcemia consegue alla produzione
di fattori sistemici favorenti sia il riassorbimento scheletrico
che renale di calcio si parla di Ipercalcemia umorale maligna (Humoral
hypercalcemia of malignancy, HHM).
Indipendentemente dal meccanismo causale, l'ipercalcemia si manifesta
quando l'aumentato flusso di calcio nel torrente circolatorio supera
la capacità del rene di aumentarne l'escrezione. Il fatto
che l'ipercalcemia possa essere causata da molteplici meccanismi
comporta importanti conseguenze dal punto di vista terapeutico.
Ad esempio, poiché i bisfosfonati agiscono principalmente
riducendo il riassorbimento osseo di calcio, la loro efficacia sarà
minore nei casi in cui prevalgono i meccanismi non-osteolitici.
Patogenesi delle metastasi ossee
L'interessamento metastatico dello scheletro
rappresenta un grave fattore prognostico e consegue più spesso
alla diffusione ematica della neoplasia e più raramente ad
un interessamento osseo per contiguità. Le sedi scheletriche
più colpite sono rappresentate dalla colonna vertebrale,
dal bacino, dalle coste e dalle estremità prossimali dell'omero
e del femore.
Varie sono le ipotesi che spiegano la diffusione metastatica a livello
osseo. Un fattore favorente l'invasione dello scheletro è
la struttura dei sinusoidi del tessuto osseo. La ridotta velocità
di flusso del sangue a questo livello ed il fatto che la parete
dei vasi sia costituita da un unico strato cellulare possono favorire
l'impianto osseo delle cellule neoplastiche.
L'interessamento vertebrale sembra essere favorito dalla presenza
di connessioni venose tra la neoplasia primitiva (mammella, prostata,
ecc.) e le vene vertebrali toraciche e della pelvi.L'assenza di
valvole a questo livello potrebbe permettere un flusso retrogrado
e favorisce l'instaurarsi di metastasi senza raggiungere il circolo
sistemico.
Negli ultimi anni è stato proposto anche un meccanismo "chimico-fisico"
responsabile della metastatizzazione scheletrica. È stato
suggerito che durante il rimodellamento osseo si liberino sostanze
che hanno una azione chemiotattica verso le cellule neoplastiche.
È stato infine dimostrato che alcune cellule neoplastiche
(mammella, prostata, tiroide, polmone, rene) hanno uno spiccato
tropismo per l'osso, favorito dalla presenza a questo livello di
condizioni favorenti il loro attecchimento e la loro crescita. Una
volta avvenuto l'impianto nel tessuto osseo le cellule neoplastiche
interagiscono con le cellule ossee grazie alla secrezione di sostanze
favorenti l'osteolisi e l'osteosclerosi. Inoltre le cellule neoplastiche
producono sostanze, come PGE, TGFa, PTHrP, TNF e fattori di attivazione
degli osteoclasti (osteoclast activating factors. OAF) che interagendo
con i monociti-macrofagi e gli osteoclasti stimolano il riassorbimento
osseo e l'estensione della metastasi. (Fig.1).
Le metastasi addensanti, tipiche del carcinoma prostatico, sono
caratterizzate da un aumento di densità dell'osso adiacente
al tessuto tumorale. Accanto ad una intensa attività di neoformazione
ossea coesiste un aumento della distruzione ossea. La comparsa di
lesioni osteoaddensanti si caratterizza dapprima per un aumento
del riassorbimento osseo che favorisce l'impianto e la proliferazione
delle cellule tumorali, che in seguito secernono sostanze stimolanti
gli osteoblasti con formazione di osso non organizzato in lamelle
(osso cotonoso).
Meccanismi patogenetici della osteolisi
metastatica
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Manifestazioni cliniche
Le manifestazioni cliniche sono conseguenti
sia all'osteolisi tumorale che all'ipercalcemia e alle sue conseguenze
metaboliche. L'osteolisi può essere responsabile di dolore
e fratture patologiche. La sintomatologia causata dall'ipercalcemia
varia in rapporto alla sua entità e comprende sintomi a carico
del sistema neuromuscolare, gastrointestinale, renale e cardiovascolare
(Tabella 2)
Segni e sintomi di ipercalcemia
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Terapia dell'ipercalcemia neoplastica
con bisfosfonati
Ipercalcemia neoplastica
Il primo provvedimento terapeutico
consiste nella correzione dello stato di disidratazione.
Durante le prime 24-48 ore devono essere infusi 2-4 litri di soluzione
fisiologica. L'uso di diuretici dell'ansa deve essere considerato
solo dopo che sia stato ripristinato il volume dei liquidi extracellulari.
I bisfosfonati costituiscono il trattamento di scelta dell'ipercalcemia
neoplastica. In considerazione dello scarso assorbimento intestinale
essi devono essere somministrati preferibilmente per via endovenosa.
Essi determinano una graduale riduzione dei livelli di calcemia
e l'effetto si rende evidente dopo 2-3 giorni. Il loro effetto terapeutico
si esplica esclusivamente attraverso l'inibizione dell'attività
osteoclastica e quindi del riassorbimento osseo. Pertanto il loro
effetto è solo parziale e di breve durata nei casi di HHM,
nei quali l'ipercalcemia è causata anche da un aumentato
riassorbimento tubulare di calcio e pressoché nullo nelle
forme mediate da produzione ectopica di 1.25(OH)2D (nelle quali
si dimostra efficace il trattamento cortisonico). Tuttavia anche
nei casi di HHM un trattamento con bisfosfonati appare giustificato
dalla frequente coesistenza di metastasi scheletriche e dalla loro
capacità di ridurre la sintomatologia dolorosa ossea.
Occorre tuttavia ricordare l'importanza di instaurare contemporaneamente
al trattamento dell'ipercalcemia anche una terapia antineoplastica.
L'etidronato è stato il primo bisfosfonato utilizzato fin
dal 1980. Lo schema generalmente adottato prevede la somministrazione
e.v. lenta di 7.5 mg/kg per almeno 3 giorni. Con questo schema la
risposta terapeutica è limitata ad un quarto circa dei pazienti
e l'effetto massimo si osserva dopo 7-10 giorni. La percentuale
di pazienti responsivi aumenta se il trattamento viene prolungato
oltre 3 giorni anche se non sono disponibili dati sul possibile
effetto negativo sulla mineralizzazione ossea
L'efficacia terapeutica è senz'altro maggiore con l'impiego
del clodronato. Il protocollo terapeutico prevede l'infusione per
via e.v. di 300 mg. die per 5 giorni. Una riduzione significativa
della calcemia è osservabile in tutti i casi dopo 3-5 giorni.
Sembra che l'effetto sia in rapporto alla dose totale utilizzata,
giacché una singola somministrazione di 1.500 mg appare essere
di uguale efficacia rispetto alla somministrazione della stessa
dose in 5 giorni.
Schema terapeutico relativo all'uso
dei bisfosfonati nella ipercalcemia neoplastica
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La durata della remissione dell'ipercalcemia
è di 2-4 settimane e il trattamento può essere ripetuto
più volte. In alternativa, il trattamento iniziale può
essere seguito dalla somministrazione ev di 300 mg alla settimana
oppure orale di 3200 mg al dì.
È importante segnalare che il clodronato si è dimostrato
efficace anche quando impiegato fin dall'inizio per via orale (3200
mg/die).
Una valida alternativa al clodronato è rappresentata dal
pamidronato. Esso provoca la normalizzazione della calcemia in circa
il 90% dei pazienti entro 3 giorni dall'inizio della terapia e.v.
Lo schema terapeutico consiste in una singola infusione. Il dosaggio
ottimale varia in rapporto all'entità dell'ipercalcemia:
15-30 mg se la calcemia è inferiore a 12 mg/dl, 30-60 mg
per calcemie comprese tra 12 e 14 mg/dl, 60-90 mg per valori compresi
tra 14 e 16 mg/dl e 90 mg per calcemie superiori a 16 mg/dl. La
durata dell'effetto è di circa 4 settimane. Il trattamento
può essere ripetuto quando i valori della calcemia tornano
ad aumentare. In un recente studio è stato dimostrato che
il pamidronato è più efficace rispetto al clodronato,
sia in termini di percentuale di pazienti con risposta positiva
che di durata della remissione dell'ipercalcemia.
Protocollo terapeutico per il pamidronato
in relazione ai livelli di calcemia
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Esistono studi preliminari con
l'impiego di bisfosfonati di più recente generazione (alendronato,
ibandronato, neridronato), ma l'esperienza con questi composti è
molto limitata.
Osteolisi tumorale
La terapia delle metastasi scheletriche era
costituita dalla loro exeresi (peraltro raramente fattibile), dalla
radioterapia o dalla chemioterapia. La disponibilità dei
bisfosfonati ha rappresentato una nuova strategia terapeutica di
più facile esecuzione e con minori effetti collaterali. La
diffusione metastatica scheletrica è sempre associata ad
un aumento dell'attività osteoclastica e, poiché i
bisfosfonati sono potenti inibitori del riassorbimento osseo, essi
sono stati impiegati sia per la terapia che per la prevenzione delle
metastasi scheletriche. In aggiunta il clodronato ed il pamidronato
diminuiscono il dolore osseo, con un miglioramento della qualità
della vita. Il trattamento cronico riduce la frequenza di fratture
e la comparsa di nuove lesioni osteolitiche sia nel mieloma che
nei tumori metastatici. L'effetto terapeutico si esaurisce con l'interruzione
del trattamento. In considerazione di questi risultati è
possibile ipotizzare un uso dei bisfosfonati per la prevenzione
delle metastasi scheletriche in quei tumori primitivi con frequente
localizzazione metastatica ossea, come il carcinoma della mammella.
La maggiore esperienza terapeutica è stata ottenuta con il
clodronato e più recentemente con il pamidronato nelle metastasi
ossee da carcinoma mammario e prostatico e nel mieloma.
Il clodronato è stato utilizzato in pazienti affetti da cancro
della mammella e della prostata a dosaggi di 1600 mg al giorno per
1 anno oppure secondo un protocollo che prevedeva un dosaggio iniziale
di 3200 mg al giorno per almeno un mese, seguito da una terapia
di mantenimento con 1600 mg al giorno. In altri studi è stata
utilizzata la via endovenosa alla dose di 300 mg al giorno per 5-7
giorni, seguita dalla terapia di mantenimento per via orale (3200
mg al giorno) o intramuscolare (100 mg al giorno). Risposte positive
sono state anche osservate in pazienti con mieloma trattati con
2400 mg al dì di clodronato per 24 mesi.
Il pamidronato si è dimostrato anch'esso efficace in queste
patalogie neoplastiche, secondo un protocollo che prevede l'infusione
per via endovenosa alla settimana di 30 mg per 4 settimane, seguita
da infusioni bisettimanali per alcuni mesi. Più recentemente
è stata utilizzata con successo la somministrazione di 90
mg per via endovenosa ogni 4 settimane
In conclusione, i bisfosfonati rappresentano un utile presidio terapeutico
per il trattamento dell'ipercalcemia neeoplastica e delle lesioni
osteolitiche. La scelta del composto ed il protocollo terapeutico
dovranno essere di volta in volta adattati in rapporto alla risposta
clinica. Va tuttavia segnalato che il pamidronato ha un costo nettamente
superiore a quello del clodronato e che pertanto appare ragionevole
riservarne l'uso ai casi nei quali quest'ultimo si dimostri solo
parzialmente efficace.
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