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Paolo Filipponi - Sonia
Cristallini
Università di Perugia
Generalità
Tra
i farmaci proposti per la prevenzione delle fratture da fragilità,
gli anti-riassorbitivi hanno ricevuto il massimo sviluppo ed attualmente
sono i più utilizzati, anche se per i vari agenti l'efficacia
non è sempre documentata con lo stesso rigore scientifico.
Tra i bisfosfonati (Bps) l'alendronato è l'unico che dispone
di dati derivanti da studi ben disegnati e condotti su una ampia
casistica, quindi dalle conclusioni affidabili.
In Italia i Bps disponibili per il trattamento dell'osteoporosi
sono l'etidronato, il clodronato e l'alendronato. In post-menopausa
precoce ostacolano la perdita di osso in chi ha ancora un buon
patrimonio scheletrico (1,2). Quando è già presente
osteoporosi, dopo un iniziale incremento, abitualmente dell'ordine
del 5-10%, essi stabilizzano la massa ossea. I Bps inoltre prevengono
l'osteoporosi indotta dai corticosteroidi (3).
La posologia, per os, consigliata dalle case farmaceutiche nel
trattamento dell'osteoporosi è la seguente:
- etidronato : 400 mg al giorno per 2 settimane
ogni 12;
- alendronato: 10 mg al giorno;
- clodronato : 400-800 mg al giorno.
Sebbene solo le formulazioni orali siano
approvate per l'osteoporosi, in Italia il clodronato è
utilizzato prevalentemente per via intramuscolare: alcuni studi
indicano la posologia efficace in 300-400 mg/mese, suddivisi in
3-4 somministrazioni (4).
È incerto quale sia il meccanismo
d'azione mediante il quale i Bps frenano l'attività osteoclastica:
sicuramente ne intervengono più d'uno ed è accertato
che alcuni di essi sono differenti per i vari Bps. Il clodronato,
probabilmente tutti i non amino-Bps, interferisce con la sintesi
dell'ATP provocando morte degli osteoclasti per esaurimento energetico.
Gli amino- Bps ostacolano la sintesi di gruppi prenilici, essenziali
per l'attività degli osteoclasti che vanno in apoptosi
(5). Queste differenze nel meccanismo d'azione potrebbero giustificare
l'incremento della massa ossea indotto dall'alendronato in soggetti
non più responsivi all'etidronato (6) o l'efficacia del
neridronato nei Pagetici refrattari al clodronato (7)
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Bisfosfonati e massa ossea
È ragionevole attendersi che un farmaco che non ha effetti
positivi sulla massa ossea non ne abbia neppure sulle fratture.
L'incremento della massa ossea è dose dipendente, fino ad
un massimo oltre il quale non si ottiene alcun effetto aggiuntivo:
per l'alendronato esso si colloca tra i 10 e i 20 mg/die. Con una
posologia di 10 mg la massa ossea è ancora in crescita dopo
4 anni di terapia (8); con 5 o 2,5 mg al giorno invece, dopo un
iniziale incremento della densità minerale si raggiunge rapidamente
un plateau.
Tuttavia utilizzando queste posologie più basse, una piccola
percentuale di pazienti, rispettivamente il 5 e il 10%, appare poco
responsiva al trattamento e continua a perdere tessuto osseo (9).
Se si somministra 1 solo mg di alendronato al giorno la massa ossea
rimane stabile a livello della colonna mentre la gran parte dei
pazienti continua a perdere a carico del femore (1). Dunque una
posologia tra 2,5 e 5 mg al giorno potrebbe essere utilizzata in
prevenzione, nei pazienti che hanno ancora un buon patrimonio scheletrico,
mentre una dose di 10 mg al giorno è da raccomandarsi in
chi è già affetto da osteoporosi.
Il rapporto posologia/massa ossea è comune a tutti i bisfosfonati:
con il clodronato, ad esempio, 100 mg ogni 7 gg per via iM garantiscono
risultati migliori di 100 mg ogni 15 gg (4). Questa modalità
di somministrazione settimanale offre lo spunto per un'altra problematica,
riguardante la possibilità di concentrare l'intera posologia
settimanale in un'unica somministrazione. Con il clodronato ad esempio,
si ottengono risultati sovrapponibili con 100 mg ogni 10 gg per
via im o con 400 mg al giorno per os (10). Si sta valutando la possibilità
di impiegare l'alendronato in forma di week-end terapia, alla dose
unica di 40-80 mg: se i dati preliminari verranno confermati, la
week-end terapia potrà costituire una interessante alternativa
alla impegnativa somministrazione quotidiana.
Un'altra problematica tuttora irrisolta riguarda la possibilità
di impiego dei Bps secondo schemi di terapia intermittente, vale
a dire con intervalli di interruzione di alcuni mesi tra una fase
di terapia e la successiva. Una possibilità questa già
suggerita da precedenti studi con l'alendronato (11), il pamidronato
(12) e l'ibandronato (13), somministrati ogni 3 mesi per via endovenosa.
Oppure con la via orale, con il clodronato (14) e con l'etidronato
(15), per il quale oltretutto la somministrazione intermittente
è obbligatoria se si vogliono evitare difetti di mineralizzazione.
La terapia intermittente potrebbe migliorare ulteriormente la compliance
dei pazienti, ma è proponibile solo se gli effetti positivi
conseguiti durante la somministrazione del farmaco si mantengono
anche nella fase di interruzione del trattamento. La "persistenza
dell'effetto" o "effetto residuo" è stata
osservata con l'alendronato da Rossini e coll. utilizzando una posologia
elevata, di 20 mg al giorno (16).Sembra che l' "effetto residuo"
sia legato più alla posologia globale che alla dose quotidiana:
ad esempio somministrando 5 mg al giorno di alendronato per 1 anno,
alla sospensione del trattamento la perdita di massa ossea riprende
rapidamente il suo iter (17). Ma con 5 mg al giorno per 2 anni,
quindi con una posologia globale doppia, la massa ossea rimane stabile
per molti mesi (18) al pari di quanto accade con 20 mg per 6 mesi
(16).
Con l'eccezione dell'etidronato, l'impiego del Bps secondo schemi
intermittenti deve essere considerato ancora sperimentale: è
necessario confermare su una più ampia casistica l' "effetto
residuo"; stabilire per i vari Bps qual è la posologia
da impiegare durante le fasi di somministrazione del farmaco; definire
la durata ottimale della fase di interruzione; ma soprattutto è
necessario essere certi che l' "effetto residuo" si esplichi
non solo sulla massa ossea ma anche nei confronti delle fratture.
Nella nostra esperienza, ad esempio, la stessa dose globale di clodronato
somministrata secondo schemi intermittenti consente una stabilizzazione
della massa ossea, a fronte di un guadagno con la terapia continuativa
(10): tuttavia nell'interciclo tra una somministrazione e l'altra,
della durata di 6 mesi, il turnover osseo tende a riaumentare. Uno
schema intermittente pertanto non è certamente idoneo nei
soggetti che dispongono di uno scheletro debole, in particolare
se hanno già sperimentato fratture da fragilità. Nella
fase di interruzione del trattamento, infatti, una trabecola molto
sottile può essere perforata dagli osteoclasti già
nel corso di un singolo ciclo di rimodellamento. Quando ciò
accade si produce un danno permanente dell'architettura dell'osso
dal momento che ne è preclusa la riparazione, giacché
gli osteoblasti hanno bisogno di un supporto rigido per poter lavorare.
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Bisfosfonati e fratture
Già per una trabecola di normale spessore una lacuna di
riassorbimento costituisce un punto di minore resistenza. Se poi
le lacune sono numerose e molto profonde, come accade quando il
turnover è accelerato, i rischi per l'integrità anatomica
di una trabecola crescono in maniera esponenziale. Le trabecole
orizzontali sono le più esposte ad essere interrotte: quando
si perdono la metà di questi puntelli laterali la resistenza
meccanica di una vertebra ad una forza compressiva si riduce del
75% ed essa può cedere solo per sostenere il peso del proprio
corpo. In questi casi un anti-riassorbitivo, riducendo in tempi
brevi sia il numero che la profondità delle lacune, consente
vantaggi immediati in termini di protezione dalle fratture. In effetti,
in donne con osteoporosi grave e già colpite da fratture
vertebrali all'atto dell'arruolamento, una consistente riduzione
delle fratture cliniche vertebrali si raggiunge già nell'arco
dei primi 12 mesi di alendronato. Un risultato che si consolida
nei successivi 2 anni (FIT, Vertebral Fracture Study, VFS,19): nel
FIT il farmaco è stato impiegato ad una posologia di 5 mg/die
nei primi 2 anni e di 10 mg il terzo anno. Certamente il dato più
confortante del VFS è la protezione offerta nei confronti
delle fratture vertebrali multiple (-90%), le più temibili
in quanto compromettono seriamente la competenza biomeccanica del
rachide e sono abitualmente responsabili di una grave sintomatologia
dolorosa e quindi di invalidità. Non è certamente
necessario attendere che siano già presenti fratture per
iniziare la terapia: quattro anni di alendronato ad una posologia
simile a quella adottata nel VFS riduce del 44% in numero di pazienti
con nuove fratture a livello delle vertebre (FIT, Clinical Fracture
Study, CFS, 8). È ovvio che operando su una popolazione con
uno scheletro meno compromesso, per ottenere lo stesso risultato
in termini di riduzione delle fratture, sia stato necessario includere
nel programma terapeutico un numero doppio di soggetti (4000 nel
CFS contro le 2000 del VFS) e prolungare il periodo di trattamento
a 4 anni. Quando si trattano soggetti a minor rischio di frattura
il costo sostenuto per salvare una singola frattura è quindi
superiore (20). Una dimostrazione di ciò deriva proprio dal
CFS, ove risulta chiaro che, dopo 4 anni di terapia, la riduzione
delle fratture vertebrali nei pazienti che all'atto dell'arruolamento
avevano una densità minerale ossea inferiore a -2.5 SD è
superiore del 20% rispetto alla media dei pazienti e del 60% rispetto
a coloro che partivano con una massa ossea superiore a -2 SD. E
ciò, nonostante che il farmaco abbia prodotto incrementi
simili della densità minerale, quale che fosse la massa ossea
di partenza. Un insegnamento è insito in questi dati: l'impiego
di un farmaco importante andrebbe orientato prevalentemente ai soggetti
a maggior rischio di frattura per usufruire del massimo vantaggio
in termini di rapporto costi/benefici.
Oltretutto un farmaco attivo sul metabolismo dell'osso, come un
Bps, riduce quella componente della fragilità dello scheletro
indotta da un anomalo rimodellamento osseo. Nelle fratture dello
scheletro appendicolare spesso è il trauma (o altri fattori
non ancora ben definiti) a svolgere il ruolo preminente. In questi
casi l'azione protettiva di un Bps non può che essere più
modesta, ed in ogni caso proporzionale al ruolo relativo che svolge
la riduzione della massa ossea nel determinismo delle fratture.
Le fratture cliniche non vertebrali ad esempio si riducono del 31%
nelle donne con più grave decurtazione del patrimonio scheletrico,
ma l'effetto protettivo è insignificante (-3%) quando la
massa ossea è ancora discreta. Allo stesso modo si potrebbe
giustificare la disparità dell'effetto dell'alendronato sulle
fratture di femore: esse si sono ridotte del 50% nel VFS, ma solo
del 14% nelle donne con uno scheletro di migliore qualità
(CFS). Oltre all'importanza di associare misure volte a ridurre
la probabilità che si verifichi un trauma, soprattutto le
cadute, quest'ultimo dato enfatizza l'importanza di considerare
altri fattori di rischio nella formulazione di un programma terapeutico:
chi ha già avuto fratture (VFS) ha un rischio decisamente
più elevato ed il rapporto costo/benefici di un trattamento
è migliore.
È verosimile che l'azione nei confronti delle fratture sia
comune a tutti i Bps, anche se in misura differente: in effetti
un'analisi retrospettiva di circa 7000 pazienti trattati con etidronato
documenta anche per quest'agente un'efficacia del 50% sulle fratture
del polso e dell'anca (15). Un rischio, quello delle fratture di
femore, in continua minacciosa ascesa:nel comune di Perugia in 20
anni sono aumentate del 350%, a fronte di un aumento del 53% della
popolazione ultrasessantenne (21). Il rischio di rifrattura, dopo
un simile evento, è estremamente elevato, non solo dal lato
colpito.
In pratica in coloro che partono con un patrimonio scheletrico
molto ridotto ma soprattutto nei pazienti che hanno già avuto
fratture da fragilità è obbligatorio un trattamento
farmacologico: questo è il razionale della nota 79 del Ministero
della Sanità, che allo scopo di favorire questa condotta
terapeutica prevede la prescrizione dell'alendronato in regime di
rimborsabilità (fascia A) per le donne che hanno già
avuto una frattura vertebrale o del femore. Appare ragionevole che
in tempi di ristrettezze economiche lo Stato intervenga a proteggere
la salute di coloro nei quali il rischio di malattia è molto
elevato, e ciò, è ovvio, non solo per motivi di solidarietà
sociale, ma anche economici. In pratica allo Stato, cioè
a dire a noi tutti, conviene molto di più spendere denaro
per prevenire una frattura molto probabile, piuttosto che doverla
poi curare.
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Quali sono i soggetti ad elevato rischio di frattura?
Nella messa a punto dell'iter terapeutico è importante stabilire
per ogni singolo caso quali sono le probabilità che si produca
una frattura (Tab. 1).
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Ogni riduzione della massa ossea di 1 SD, che corrisponde
all'incirca al 10-15%, rispetto alla media della popolazione sana
e giovane (t-score), raddoppia il rischio. In generale una riduzione
di 2-3 SD conferisce un rischio di frattura sufficientemente elevato
da rendere conveniente un trattamento farmacologico. La probabilità
che si verifichi una frattura è funzione anche dell'aspettativa
di vita (life-time risk). In pratica una riduzione del t-score di
2 SD in una ottantenne sarà difficile che si traduca in una
frattura ma le probabilità che ciò accada sono molte
per una paziente di soli 50 anni. Ma è anche necessario considerare
che fratture di differenti segmenti scheletrici si verificano secondo
un diverso andamento temporale. L'osteoporosi è un'affezione
sistemica: tuttavia le fratture delle vertebre e del polso compaiono
molto precocemente nella storia della malattia; quelle del femore,
le più invalidanti, si presentano più avanti negli
anni. Tutto ciò lascia pensare che la riduzione della massa
ossea svolga un ruolo critico nel determinare le fratture di segmenti
dello scheletro a prevalente componente trabecolare, come le vertebre.
Nelle fratture degli arti, a parte il trauma, intervengono evidentemente
fattori distinti dalla riduzione della massa ossea nel deteriorare
la resistenza meccanica dell'osso (Tab. 2).
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Essi rendono molto più probabile un evento
fratturativo a parità di massa ossea. Ad esempio chi ha già
sperimentato una frattura da fragilità, soprattutto se in
presenza di un patrimonio scheletrico non molto ridotto o addirittura
normale o chi ricorda il ripetersi di fratture tra i propri familiari
con frequenza inusuale, deve questa eccessiva fragilità ad
un tessuto osseo di qualità non ottimale. Anche l'età
incide sicuramente in maniera negativa sulla qualità dell'osso:
i vecchi, a parità di massa ossea, hanno infatti un rischio
decisamente più elevato dei più giovani. Nei vecchi
inoltre concomitano spesso altre affezioni croniche ed è
abituale l'assunzione di farmaci (ansiolitici, anti-ipertensivi)
che possono rendere più facili le cadute in quanto incidono
negativamente sulla coordinazione dei movimenti e rendono precari
il tono muscolare e l'equilibrio.
È arduo attribuire all'età un peso preciso nel determinare
la morbosità per osteoporosi. Nei più vecchi la fragilità
dello scheletro è maggiore. Nei più giovani il life-time
risk è elevato, ma soprattutto una frattura in giovane età
produce effetti negativi sulla qualità della vita per un
periodo maggiore di tempo. Vi può essere riduzione della
validità e quindi della capacità lavorativa, con inevitabile
ripercussione sulla produzione del reddito. Fratture in chi è
ancora relativamente giovane impongono misure riabilitative, cure
per il dolore o per la prevenzione di nuove fratture per un periodo
assai più lungo di tempo. Le fratture nei giovani sono quindi
più terribili in termini di costi sanitari, sociali ed economici.
Vi sono poi condizioni nelle quali un danno scheletrico è
praticamente la regola (Tab. 3): quando qualcuna di queste insorge
in un paziente è controproducente attendere che si siano
prodotte fratture ed una profilassi va presa in seria considerazione
se concomita un'osteopenia (<-1SD) e nelle donne in menopausa.
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Linee guida terapeutiche
A tutti va consigliato un corretto stile di vita ed un regime alimentare
che apporti adeguate quantità di calcio. Nel periodo autunno-inverno
è opportuno prescrivere supplementi di Vit. D (600-800 IU
o dosi equivalenti dei metaboliti attivi) a coloro che hanno una
scarsa esposizione alla luce solare ed a tutti gli ultra-70enni.
Va scoraggiato il fumo e l'abuso di alcool. Soprattutto nei più
anziani sono utili suggerimenti per ridurre il rischio di caduta.
In assenza di controindicazioni a tutte le donne va proposta la
terapia ormonale sostitutiva per non meno di 5 anni, possibilmente
per 10-15 anni. All'interruzione degli estrogeni ogni singolo caso
va rivalutato per vagliare la necessità di iniziare un trattamento
alternativo (ad es. un Bps) in coloro che presentano un consistente
rischio di frattura. Nelle donne che temono il potenziale cancerogeno
degli estrogeni, come è la regola in coloro che annoverano
in famiglia casi di carcinoma mammario o nelle pazienti che hanno
dovuto asportare esse stesse un nodulo neoplastico del seno, il
raloxifene, quando disponibile, costituirà una valida alternativa.
L'inizio di una terapia non ormonale, in particolare di un Bps,
deve scaturire da una accurata valutazione del rapporto costo-benefici
di un simile trattamento. Questi farmaci sono costosi, ma soprattutto
impongono trattamenti prolungati, di molti anni, che mettono a dura
prova la compliance della paziente: se il rischio di frattura non
è molto elevato è preferibile dilazionare l'inizio
della terapia attorno ai 60-65 anni, al fine di evitare che la paziente
interrompa il trattamento proprio nel momento in cui ci si approssima
al periodo di maggiore rischio di frattura.
Di regola è il responso densitometrico a guidare il medico
nel decidere se iniziare un trattamento (Fig. 1): in generale una
riduzione del t-score di 2-3 SD si associa ad un rischio elevato
di frattura, ma è opportuno trattare anche i soggetti con
un patrimonio scheletrico meno compromesso se concomitano fattori
di rischio per fratture indipendenti dalla massa ossea (Tab. 2),
o se sopraggiunge una condizione sicuramente osteopenizzante (Tab.
3), come un trattamento corticosteroideo cronico ed infine se l'età
del paziente è prossima all'epoca di maggiore incidenza delle
fratture, in particolare di femore. Dopo gli 80-85 anni di età
va accuratamente pesata l'opportunità di iniziare un farmaco
impegnativo dal momento che l'aspettativa di vita è abitualmente
modesta e l'effetto antifratturativo richiede qualche tempo per
rendersi manifesto. Nei più vecchi un trattamento con Vit.
D e calcio può garantire un effetto protettivo considerabile
più che soddisfacente.
L'impiego di Bps ad una posologia ridotta, ad esempio 2,5-5 mg/die
di alendronato, potrebbe essere una valida opzione terapeutica nelle
donne più giovani che hanno un patrimonio scheletrico ancora
discreto, ed in assenza di altri momenti di rischio. La possibilità
di assumere l'intera dose settimanale in una o due somministrazioni,
tipo week-end terapia (ad es. 20-40 mg in dose unica la domenica),
sembra molto promettente. L'uso di schemi intermittenti, con lunghi
periodi di interruzione tra un ciclo ed il successivo, è
tuttora in fase
di valutazione.
Alcune problematiche rimangono ancora aperte: una volta iniziato
un trattamento, per quanto tempo dovrà essere portato avanti?
Per 3-4 anni come suggerisce il FIT o più a lungo? Una domanda
impegnativa che presuppone la risposta ad altri quesiti: l'effetto
protettivo sulle fratture raggiunge un plateau dopo 3-4 anni di
terapia o è prevedibile un effetto ancora più consistente
prolungando la terapia? Alla sospensione della terapia l'effetto
protettivo sulle fratture persiste a lungo, come accade per la massa
ossea, o si esaurisce in breve tempo? Ed infine l'effetto protettivo
sulle fratture si applica solo nei confronti della fragilità
dello scheletro conseguente alla riduzione della massa ossea o anche
su fattori di fragilità indipendenti dalla massa ossea? Ad
es. possiamo attenderci lo stesso effetto protettivo in una 50enne
con una grave compromissione del patrimonio scheletrico e in un
80enne con una modesta riduzione del BMD, ma la cui età appesantisce
enormemente il suo profilo di rischio?
Allo stato attuale delle conoscenze è ragionevole rivalutare
ogni singolo caso al termine di un quinquennio di terapia: se il
profilo di rischio è migliorato, ad es. se si è avuto
un consistente aumento della massa ossea, si può pensare
di interrompere la terapia o, in alternativa, impostare uno schema
a posologia ridotta, tipo week-end terapia; infine, se la ricerca
ne documenterà la validità, passare ad un trattamento
di tipo intermittente. In tutti i casi è necessario un
vigile follow-up densitometrico.
Flow-charte terapeutico
Un' indicazione di massima su quando iniziare un trattamento specifico
per l'osteoporosi sulla base della massa ossea ed in funzione di
altri fattori di rischio
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