I dati epidemiologici sull'incidenza e la prevalenza di tali fratture
sono ancora oggi non ben definiti, sia per la possibile mancanza
di una sintomatologia clinica, sia per l'assenza di una definizione
morfometrica standardizzata (vedere cap. seguente). A seconda
delle casistiche dal 50 al 65% delle fratture vertebrali non arrivano
ad una valutazione clinica a causa della pauci-sintomaticità.
Si stima comunque che il 90% di tutte le deformità vertebrali
siano osteoporotiche. Dati recenti europei (studio EVOS) mostrano
una prevalenza di fratture vertebrali simili nei due sessi, anche
se il rischio di comparsa è maggiore nel sesso femminile
per la maggiore durata della vita. Nelle donne in post-menopausa
infatti il rischio di manifestare una frattura vertebrale è
stimato intorno al 16%, mentre nei maschi dopo i 50 anni la stima
è intorno al 5%. Il rischio di frattura vertebrale è
correlato con la densità ossea misurata con metodica DEXA
in qualsivoglia dei segmenti usualmente presi in considerazione.
Il trauma gioca un ruolo meno importante in questo tipo di frattura
rispetto alla frattura di femore, infatti la caduta è responsabile
di circa 1/3 delle fratture vertebrali mentre il rimanente è
dovuto ad un carico compressivo non tollerato dalla ridotta massa
ossea dovuto a movimenti di sollevamento, torsione o piegamento.
Le fratture vertebrali insorte nei primi 15 anni della menopausa
si manifestano di frequente con un collasso del corpo vertebrale
o con un elevato grado di compressione e si accompagnano spesso
ad evidente sintomatologia dolorosa, mentre quelle insorte dopo
i 75 anni hanno un andamento lento nel tempo e sono molto spesso
clinicamente silenti. L'età è un fattore di rischio
importante per la frattura vertebrale. Infatti i dati tratti da
indagini epidemiologiche basate su casistiche random con esecuzione
di indagini radiologiche mostrano dati di prevalenza nettamente
superiori a quelle stimate da indagini cliniche: da questi studi
risulta che al di sopra degli 85 anni la prevalenza delle fratture
vertebrali supera il 50%.
La razza di appartenenza gioca anch'essa un ruolo rilevante essendo
le fratture vertebrali meno frequenti negli individui di razza
nera. Altri fattori di rischio per le fratture vertebrali comprendono
una anamnesi familiare positiva per fratture di femore, l'ipogonadismo
e l'osteoporosi secondaria, mentre l'obesità sembra giocare
un ruolo protettivo nei confronti delle stesse.
Pur essendo in molti casi asintomatiche, la presenza di fratture
vertebrali, specie se multiple,
si accompagna ad una riduzione della qualità della vita
a causa di disabilità funzionali e ad
un aumento della mortalità valutata a 5 anni dall'evento
fratturativo rispetto alla popolazione di controllo. Nel 1995
è stata stimata negli USA una spesa di 746 milioni di dollari
per le fratture vertebrali. La presenza di fratture vertebrali
inoltre costituisce un fattore di rischio importante per il manifestarsi
di successive fratture osteoporotiche sia a livello vertebrale,
sia a livello di altre sedi. In particolare il rischio di frattura
femorale in una paziente anziana con frattura vertebrale è
di circa 5 volte superiore rispetto ad una paziente di pari età,
con eguale massa ossea ma che non presenta fratture vertebrali.
Risulta pertanto importante poter individuare le deformità
vertebrali indipendentemente dalla sintomatologia clinica, anche
se a tutt'oggi non esiste un consenso sia sulla definizione sia
sulle metodiche più appropriate per la diagnosi.