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Raloxifene, estrogeni e alendronato influenzano in maniera differente il processo di riparazione delle fratture in ratti ovariectomizzati
   
 
 
     
 




Presupposti

È stato studiato l’effetto degli inibitori del riassorbimento osseo (estrogeni, raloxifene e alendronato) sul processo di riparazione delle fratture in ratti ovariectomizzati.

Disegno e trattamento
Centoquaranta femmine di ratti Sprague-Dawley all’età di tre mesi sono state sottoposte a intervento o di ovariectomia o a una fittizia laparotomia e, successivamente, suddivise in 5 gruppi:
un gruppo di controllo con laparotomia, un gruppo di controllo con ovariectomia, un gruppo trattato con estrogeni (EE2: 17 alfa-etinil estradiolo alla dose di 0,1 mg/kg), un gruppo trattato con raloxifene (Rlx: alla dose di 1,0 mg/kg) e un gruppo trattato con alendronato (Aln: alla dose di 0,01 mg/kg).
Il trattamento è stato avviato subito dopo l’intervento chirurgico. Quattro settimane dopo l’ovariectomia, il gruppo di controllo pre-frattura è stato sacrificato e negli altri animali è stata eseguita un’osteotomia bilaterale della diafisi femorale e una successiva stabilizzazione mediante filo metallico endomidollare. La terapia medica è stata mantenuta in continuazione ed il callo osseo a livello della frattura è stato asportato dopo 6 e dopo 16 settimane dalla frattura per poterlo studiare mediante indagini radiografiche a raggi X, tomografia computerizzata quantitativa, test biomeccanici e istomorfometria. Dopo 6 settimane dalla frattura i ratti del gruppo alendronato e quelli ovariectomizzati hanno presentato calli ossei più grandi rispetto gli altri gruppi. Nei 2 gruppi di controllo (ratti sottoposti a laparotomia o a ovariectomia) il carico massimo sopportato è risultato maggiore rispetto a quello degli animali in EE2 e Rlx, mentre nessuna differenza è emersa rispetto ai ratti trattati con Aln. Inoltre, nel callo osseo del gruppo in Aln è stato riscontrato un maggior contenuto minerale (BMC) rispetto agli altri gruppi. Dopo 16 settimane dalla frattura nel gruppo ovariectomizzato il callo si era ridotto rispetto quello a 6 settimane mentre nel gruppo in Aln non emergevano particolari differenze di dimensioni. I ratti in Aln presentavano BMC e carico massimo sopportato maggiori rispetto ai ratti ovariectomizzati, in EE2 e Rlx. I gruppi in trattamento con EE2 e Rlx avevano proprietà biomeccaniche sovrapponibili a quelle di ratti di controllo con laparotomia. È interessante notare come gli animali ovariectomizzati e in trattamento con Aln, durante tutto lo studio, abbiano mantenuto un peso maggiore rispetto agli altri gruppi. Per tale motivo il carico massimo sopportato è stato normalizzato per il peso corporeo e in tal modo si è dimostrato come non vi fosse alcuna differenza significativa in termini di resistenza dell’intero callo tra i vari gruppi né 6, né 12 settimane dopo la frattura. Ciononostante la forte inibizione del processo di rimodellamento a livello del callo dovuto ad Aln ha fatto sì che, rispetto agli altri gruppi, vi fosse un contenuto di osso cotonoso maggiore, un minor contenuto di osso lamellare oltre alla persistente visibilità dell’originaria linea di frattura. Quindi, il callo più grande che si rileva nei ratti in Aln sembrerebbe essere uno straordinario adattamento morfologico il cui fine sarebbe quello di saldare la frattura con una quantità inferiore di materiale.

Conclusione
In conclusione, l’aumento del turnover osseo indotto dall’ovariectomia si è accompagnato a una più rapida riparazione delle fratture, riparazione che sarebbe invece rallentata dal trattamento con Aln per la rilevante soppressione sia del riassorbimento sia della neoformazione ossea. Gli estrogeni e il raloxifene hanno effetti sovrapponibili e sono risultati in genere simili al gruppo di controllo sottoposto solo alla laparatomia. Ciò indica che la modesta soppressione del turnover osseo, che si ottiene con l’uso di questi agenti, ha effetti del tutto trascurabili in tempi di riparazione delle fratture.

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Autori
Cao Y, Mori S, Mashiba T et al.
Department of Orthopedic Surgery, Kagawa Medical University,
Kagawa, Japan
J BONE MINER RES 2002; 17(12):2237-46

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